UFFICIO DELLE LETTURE

Domenica, 02 agosto 2026

DOMENICA
DELLA DICIOTTESIMA SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

V   O Dio, vieni a salvarmi.
R   Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre e al Figlio *
     e allo Spirito santo.
Come era nel principio e ora e sempre *
     nei secoli dei secoli. Amen.
Alleluia.

INNO

Dio disse: «Sia la luce!» E la luce fu (Gn 1, 3).

Quando l’Ufficio delle letture si dice nelle ore del giorno:

Col prodigio stupendo della luce,
rifulgente primizia,
hai dato origine al mondo
e all’implacabile corsa dei giorni.

Tu che hai domato il caos tenebroso
con l’alternarsi mirabile
di aurore e di tramonti,
ascolta, Padre, la voce che implora.

Oh! Non accada all’anima,
dispersa nei beni fuggevoli,
di legarsi ostinata nella colpa
e perdere la tua vita;

ma, immune dal peccato,
eluso ogni pericolo,
arrivi alla porta del cielo
ed entri al premio eterno.

Ascolta, Dio pietoso, la preghiera
per Gesù Cristo Signore,
che regna con te nei secoli
e con lo Spirito santo.   Amen.

latino

Lucis creátor óptime,
lucem diérum próferens,
primórdiis lucis novæ
mundi parans oríginem;

Qui mane iunctum vésperi
diem vocári præcipis:
tætrum chaos illábitur;
audi preces cum flétibus.

Ne mens graváta crímine
vitæ sit exsul múnere,
dum nil perénne cógitat
seséque culpis ílligat.

Cælórum pulset íntimum,
vitále tollat præmium;
vitémus omne nóxium,
purgémus omne péssimum.

Præsta, Pater piíssime,
per Iesum Christum Dóminum,
qui tecum in perpétuum
regnat cum sancto Spíritu.   Amen.

in canto

Prodigio stupendo è la luce!
Con essa origine hai dato
al mondo e alla corsa dei giorni,
o Padre, creatore potente.

Il caos tenebroso hai domato,
donandoci aurore e tramonti,
mirabile danza nel tempo:
ascoltaci, eterno Signore!

Il cuore dell’uomo assetato,
disperso nei beni fuggevoli,
non cerchi ostinato la colpa,
perdendo la vita e la pace;

ma, immune da ogni peccato,
elusi pericoli e inganni,
arrivi alla porta del cielo
ed entri felice nel regno.

Ascoltaci, Dio pietoso,
per Cristo Signore risorto:
uniti allo Spirito santo
vivete e regnate per sempre. Amen.

INNO

Quando l’Ufficio delle letture si dice nelle ore notturne o nelle prime ore del mattino:

La nostra lode accogli,
o Creatore eterno delle cose,
che, notte e giorno avvicendando,
rendi più vario e grato il tempo.

Alta regna la notte
e già s’ode il canto del gallo,
gioioso presagio di luce
all’ansia del viandante.

Si desta allora e ad oriente appare
la stella palpitante del mattino,
la torma squagliasi dei vagabondi,
abbandonando i vicoli del male.

Il gallo canta. La sua voce placa
il furioso fragore dell’onda;
e Pietro, roccia che fonda la Chiesa,
la colpa asterge con lacrime amare.

Orsù leviamoci animosi e pronti:
tutti risveglia il richiamo del gallo
e gli indolenti accusa che si attardano
sotto le coltri dormigliando ancora.

Il gallo canta. Torna la speranza:
l’infermo sente rifluir la vita,
il sicario nasconde il suo pugnale,
negli smarriti la fede rivive.

Gesù Signore, guardaci pietoso,
quando, tentati, incerti vacilliamo:
se tu ci guardi, le macchie dileguano
e il peccato si stempera nel pianto.

Tu, vera luce, nei cuori risplendi,
disperdi il torpore dell’anima:
a te sciolga il labbro devoto
la santa primizia dei canti.

Gloria a Dio Padre
e all’unico suo Figlio
con lo Spirito santo
nella distesa dei secoli.   Amen.

latino

Ætérne rerum Cónditor,
noctem diémque qui regis,
et témporum das témpora,
ut álleves fastídium;

Præco diéi iam sonat,
noctis profúndæ pérvigil,
noctúrna lux viantibus
a nocte noctem ségregans.

Hoc excitátus lúcifer
solvit polum calígine,
hoc omnis errónum chorus
vias nocéndi déserit.

Hoc nauta vires cólligit
pontíque mitescunt freta,
hoc ipse Petra Ecclésiæ
canénte culpam diluit.

Surgámus ergo strénue!
gallus iacentes excitat,
et somnoléntos íncrepat,
Gallus negantes arguit.

Gallo canénte spes redit,
ægris salus refúnditur,
mucro latrónis cónditur,
lapsis fides revértitur.

Iesu, labántes respice,
et nos vidéndo córrige,
si réspicis, lapsus cadunt,
fletúque culpa sólvitur.

Tu lux refúlge sensibus,
mentísque somnum díscute,
te nostra vox primum sonet
et ore solvámus tibi.

Deo Patri sit glória
eiúsque soli Fílio,
cum Spíritu Paráclito
in sempíterna sǽcula.   Amen.

in canto

Accogli nel canto la lode,
eterno Creatore del mondo,
che notte e giorno avvicendi
rendendo più vario il tempo.

Ancora la notte è oscura
e già si ode il canto del gallo,
gioioso presagio di luce
all’ansia dell’uomo in cammino.

Si desta e appare ad oriente
la stella del primo mattino;
la torma di uomini infidi
rifugge da vie tortuose.

Il canto del gallo è una voce
sul cupo fragore dell’onda;
e Pietro, la roccia di Cristo,
con lacrime asperge la colpa.

Leviamoci pronti e animosi:
il canto del gallo risveglia
e accusa i pigri indolenti,
che ancora nel sonno si attardano.

Così la speranza ritorna:
il male abbandona il violento,
fluisce la vita all’infermo,
la fede rivive nei cuori.

Clemente Signore, difendici:
incerti e tentati noi siamo!
Se guardi, le macchie dileguano:
nel pianto il peccato laviamo.

Tu, luce, risplendi nell’uomo,
disperdi il torpore dell’anima:
a te sciolga il labbro devoto
la santa primizia dei canti.

La gloria innalziamo al Padre
e all’unico Figlio risorto,
insieme allo Spirito santo,
per sempre nei secoli eterni. Amen.

CANTICO DEI TRE GIOVANI

Cfr. Dn 3, 52-56

Ogni creatura lodi il Signore

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto il tuo nome glorioso e santo, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu sul trono del tuo regno, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi †
     e siedi sui cherubini, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu nel firmamento del cielo, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito santo, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Come era nel principio e ora e sempre
     nei secoli dei secoli, amen, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

SALMODIA

Cantico - 1Sam 2, 1-10

La mia guida e la speranza degli umili sono in Dio

Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati (Lc 1, 52-53).

Ant. 1   Il mio cuore esulta nel Signore.

Il mio cuore esulta nel Signore, *
      la mia fronte s’innalza, grazie al mio Dio.
Si apre la mia bocca contro i miei nemici, *
     perché io godo del beneficio che mi hai concesso.

Non c’è santo come il Signore, *
     non c’è rocca come il nostro Dio.

Non moltiplicate i discorsi superbi, †
     dalla vostra bocca non esca arroganza; *
     perché il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette.

L’arco dei forti s’è spezzato, *
     ma i deboli sono rivestiti di vigore.

I sazi sono andati a giornata per un pane, *
     mentre gli affamati han cessato di faticare.
La sterile ha partorito sette volte *
     e la ricca di figli è sfiorita.

Il Signore fa morire e fa vivere, *
     scendere agli inferi e risalire.
Il Signore rende povero e arricchisce, *
     abbassa ed esalta.

Solleva dalla polvere il misero, *
     innalza il povero dalle immondizie,
per farli sedere con i capi del popolo, *
     e assegnare loro un seggio di gloria.

Perché al Signore appartengono i cardini della terra *
     e su di essi fa poggiare il mondo.

Sui passi dei giusti egli veglia, †
     ma gli empi svaniscono nelle tenebre *
     Certo non prevarrà l’uomo malgrado la sua forza.

Dal Signore saranno abbattuti i suoi avversari! *
     L’Altissimo tuonerà dal cielo.

Il Signore giudicherà gli estremi confini della terra; †
     al suo re darà la forza *
     ed eleverà la potenza del suo Messia.

Gloria al Padre e al Figlio *
     e allo Spirito santo.
Come era nel principio e ora e sempre *
     nei secoli dei secoli. Amen.

Ant. 1   Il mio cuore esulta nel Signore.

Cantico - Os 11, 1-4, 7-8a. c 9

Lode all’amore di Dio padre

Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» (Rm 8, 15).

Ant. 2   Io ho amato Israele giovinetto, *
             mi sono chinato su di lui
             per dargli da mangiare.

Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato *
     e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.

Ma più li chiamavo, *
     più da me si allontanavano;
immolavano vittime ai Baal, *
     agli idoli bruciavano incensi.

Ad Efraim io insegnavo a camminare †
     tenendolo per mano, *
     ma essi non compresero che avevo cura di loro.

Io li traevo con legami di dolcezza, *
     con vincoli d’amore;

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; *
     mi chinavo su di lui per dargli da mangiare.

Il mio popolo è duro a convertirsi: †
     chiamato a guardare in alto, *
     nessuno sa sollevare lo sguardo.

Come potrei abbandonarti, Efraim, *
     come consegnarti ad altri, Israele?

Il mio cuore dentro di me si commuove, *
     il mio intimo freme di compassione.

Non darò sfogo all’ardore della mia ira, *
     non tornerò a distruggere Efraim,

perché sono Dio e non uomo; †
     sono il Santo in mezzo a te *
     e non verrò nella mia ira.

Gloria al Padre e al Figlio *
     e allo Spirito santo.
Come era nel principio e ora e sempre *
     nei secoli dei secoli. Amen.

Ant. 2   Io ho amato Israele giovinetto, *
             mi sono chinato su di lui
             per dargli da mangiare.

Cantico - Is 5, 1-7

Carme della vigna di Dio, Israele

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo» (Gv 15, 11).

Ant. 3   La vigna del Signore degli eserciti *
             è la casa d’Israele.

Canterò per il mio diletto *
     il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna *
     sopra un fertile colle.

Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi *
     e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre *
     e scavato anche un tino.

Egli aspettò che producesse uva, *
     ma essa fece uva selvatica.

Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, *
     siate voi giudici fra me e la mia vigna.

Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna *
     che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva, *
     essa ha fatto uva selvatica?

Ora voglio farvi conoscere *
     ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; *
     demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.

La renderò un deserto, *
     non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni; *
     alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.

Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti †
     è la casa di Israele; *
     gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita.

Egli si aspettava giustizia *
     ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine *
     ed ecco grida di oppressi.

Gloria al Padre e al Figlio *
     e allo Spirito santo.
Come era nel principio e ora e sempre *
     nei secoli dei secoli. Amen.

Ant. 3   La vigna del Signore degli eserciti *
             è la casa d’Israele.

Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.

V   Tu sei benedetto, Signore.
R   Amen.

L    Benedicimi, Padre.
V   Per Cristo, che è via e verità,
      la divina Maestà  ci benedica.
R   Amen.

PRIMA LETTURA

1Re 19, 1-9a. 11-21

Dal primo libro dei Re

Il Signore sui manifesta a Elia

In quei giorni Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli». Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. 
Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita».
Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re di Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. Se uno scamperà dalla spada di Cazaèl, lo ucciderà Ieu; se uno scamperà dalla spada di Ieu, lo ucciderà Eliseo. Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal e quanti non l’hanno baciato con la bocca».
Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

RESPONSORIO

Cfr. Sal 23, 3. 4; 1Cor 11, 28

R   Chi salirà il monte del Signore,
     chi starà nel suo luogo santo?
          Chi ha mani innocenti e cuore puro
          e non pronunzia menzogna.

 Ciascuno esamini se stesso:
     mangi di questo pane e beva di questo calice
          chi ha mani innocenti e cuore puro
          e non pronunzia menzogna.

L    Benedicimi, Padre.
V   La grazia dello Spirito santo
      illumini i nostri sensi e il nostro cuore.
R   Amen.

SECONDA LETTURA

Dalla «Esposizione del vangelo secondo Luca» di sant’Ambrogio, vescovo

(VI, 72-75: SAEMO 12, 63-65)
Il Signore ha compassione,
affinché qualcuno non venga meno per strada

Non abbandoniamo per nessuna ragione un tale Signore, che si degna di darci i cibi in proporzione delle nostre forze, perché non avvenga che un alimento troppo sostanzioso sia pesante per una persona debole, o alimenti insufficienti non riescano a saziare una persona robusta; «chi è debole, infatti, mangi legumi» (Rm 14, 2). E colui che ormai sembra essere sfuggito alle insidie della debolezza, mangi di questi cinque pani e di questi due pesci. O almeno, se si vergogna di chiedere da mangiare, lasci ogni sua cosa e acceleri il passo verso il Verbo di Dio. Mentre comincia ad ascoltarlo, comincia a sentir fame. Gli apostoli cominciano ad accorgersi che ha fame. Sebbene ancora non riescano a capire di che cosa abbia fame, Cristo lo capisce. Egli sa che non ha fame del nutrimento di questo mondo, ma del nutrimento di Cristo. Che egli dica: «Non voglio rimandarli digiuni, affinché non abbiano a venir meno per strada» (Mt 15, 32): il Signore è buono, richiede l’impegno e ci infonde la forza.
O Signore Gesù, se tu volessi non rimandare costoro digiuni insieme con me, ma, distribuito il cibo, tu li nutrissi, perché, resi più forti dal cibo che doni, non possano aver paura di venir meno per il digiuno! Oh se anche per noi tu dicessi: «Non voglio rimandarli digiuni»! Anzi, dimmi perché non li vuoi rimandar digiuni: però già dicesti che se rimandi qualcuno digiuno, egli vien meno per strada, cioè vien meno sia durante la marcia di questa vita, sia prima ancora di raggiungere il termine della strada, prima ancora di raggiungere il Padre e di comprendere che Cristo viene dal Padre, di comprendere che Cristo viene dal cielo, di comprendere anche che Cristo, il quale discese, è lo stesso che ascese: e così non succeda che, avendo appreso che è nato dalla Vergine, vada a immaginare che egli sia la potenza non di Dio, ma di un uomo.
E il Signore ha compassione, affinché qualcuno non venga meno per strada. Se dunque qualcuno vien meno, non vien meno per causa del Signore Gesù, ma per causa propria; e non puoi farne colpa al Signore, il quale trionfa quando è chiamato in causa. Che cosa potresti mai dire a colui che ti ha provvisto di tutti i rinforzi della sua potenza? Non è lui che ti ha generato, non è lui che ti ha nutrito? Il suo cibo è potenza, il suo cibo è fortezza. Ma se tu, con la tua trascuratezza, perdi la potenza che avevi ricevuto, ti viene a mancare interamente l’aiuto non degli alimenti celesti, ma della tua stessa anima. Peraltro il Signore, come fa piovere sui giusti e gli ingiusti, così pure nutre gli ingiusti e i giusti.
Non è forse vero che fu in virtù del cibo che il santo Elia, quando già stava per venir meno lungo la strada, camminò per quaranta giorni: e quel cibo glielo diede un angelo? Ma se è Gesù che ti nutrirà, e se tu conserverai il cibo da lui ricevuto, camminerai non per quaranta giorni e quaranta notti, ma - ardisco dir questo, fondandomi su gli esempi della Scrittura - per quarant’anni, uscendo dalla terra d’Egitto, finché non giungerai a una terra spaziosa, a una terra ove scorre miele e latte, che il Signore giurò di dare ai nostri padri. Devi cercare la potenza di questa terra, che i miti ricevono in eredità. Non intendo questa terra, che è arida, ma quella che è sostenuta dal nutrimento di Cristo, e, posta sotto l’autorità del Re eterno, è abitata dalla gran folla dei santi.

TE DEUM

Noi ti lodiamo, Dio, *
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, *
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli *
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo *
il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra *
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico Figlio, *
e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, *
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *
per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria *
nell’assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, *
Lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, *
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, *
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, *
non saremo confusi in eterno.

TE DEUM

Te Deum laudámus: *
     te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem *
     omnis terra venerátur.

Tibi omnes ángeli, *
     tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim *
     incessábili voce proclámant:

Sanctus, Sanctus, Sanctus *
     Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra *
     maiestátis glóriæ tuæ.

Te gloriósus *
     apostolórum chorus,
te prophetárum *
     laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus *
     laudat exércitus.

Te per orbem terrárum *
     sancta confitétur Ecclésia
Patrem *
     Imménsæ maiestátis,

venerándum tuum verum *
     et únicum Filium,
Sanctum quoque *
     Paráclitum Spíritum.

Te rex glóriæ, *
     Christe.
Tu Patris *
     sempitérnus es Fílius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, *
     non horruísti Vírginis úterum.

Tu, devícto mortis acúleo, *
     apertuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, *
     in glória Patris.
Iudex *
     créderis esse ventúrus.

Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, *
     quos pretióso sánguine redemísti.
Ætérna fac cum sanctis tuis *
     in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
     et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, *
     et extólle illos usque in ætérnum,.

Per síngulos dies *
     benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, *
     et in sæculum sæculi.

Dignáre, Dómine, die isto *
     sine peccáto nos custodire.
Miserére nostri, Dómine, *
     miserére nostri.

Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
     quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: *
     non confúndar in ætérnum.

Se all’Ufficio delle Letture seguono immediatamente le Lodi si omettono l’orazione seguente e l’introduzione di Lodi e si recita immediatamente il Cantico di Zaccaria.

ORAZIONE

O Dio, che ti sei accompagnato
ai tre giovani nella fornace infocata
mitigando con la tua potenza
l’ardore e l’impeto delle fiamme,
proteggi e libera dall’insidia del male
la vita dei tuoi servi.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio,
che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.


Quando l'Ufficio delle letture si recita nelle ore notturne o nelle prime del mattino, invece dell'orazione riportata si può sempre dire l'orazione seguente:

Allontana, o Dio, ogni tenebra
dal cuore dei tuoi servi
e dona alle nostre menti la tua luce.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio,
che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.

CONCLUSIONE

V   Benediciamo il Signore.
R   Rendiamo grazie a Dio.