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V DOMENICA DI PASQUA

Domenica, 03 maggio 2026

VANGELO STORICO

Introduzione

Si può consultare l’introduzione generale, in Vangelo storico della Prima Domenica di Avvento.

 

La carità è la vita stessa

Questo passo (Gv 14, 21-24) fa parte del discorso che Gesù ha dettato al discepolo Giovanni dopo l’Ultima Cena.
Il Maestro ripete più volte un verbo, che in greco è “agapàn” e che di solito viene tradotto come “amare”. In realtà non ha i significati complicati o sublimi del verbo generico “amare”, ma significa, più semplicemente e più precisamente, “trattare affabilmente”, “trattare con affetto”, “aver caro”, proprio come avviene tra le persone di una famiglia.
Tuttavia “aver care” le persone è il sentimento presente in ogni vero “amore”; tutte le sfumature del verbo “amare” richiedono anche che si “abbia cara”, in qualche modo, la persona che si ama.
È un sentimento pienamente naturale e pienamente spirituale; Gesù l’ha fatto risplendere, l’ha reso limpido, così che chi “ha cara” una persona non abbia niente da nascondere, nemmeno quando ha esigenza di essere riservato e pudico. Gesù ha fatto in modo che “avere care” le persone, come lui ci “ha avuto cari”, sia fondamento del nostro modo di vivere, non un momento particolare della vita.

 

Le parole di Gesù Cristo hanno sempre significato

Poiché Gesù stesso ha dettato queste parole, in greco, al discepolo che appunto “aveva caro”, scopriamo con meraviglia che anche prendendo un brano isolato, in mezzo al discorso, troviamo un senso importante, infinitamente ricco.
Anzi, per capire meglio ciò che il Figlio di Dio voleva dire, è spesso utile isolare un pezzettino di discorso. Ciò accade assai raramente con i discorsi soltanto umani, mentre succede con i discorsi di Cristo ed è un segno in più per dirci che queste parole sono state dettate punto per punto da lui.
Perciò, come altre volte, correggiamo la traduzione in senso più concreto.
21«Chi ha i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ha caro. E chi mi ha caro sarà tenuto caro dal Padre mio e anch’io lo avrò caro e mi manifesterò a lui».
22Gli dice Giuda, non l’Iscariota: «Signore, cos’è è accaduto per cui devi manifestarti a noi e non al mondo?».
23Gli ha risposto Gesù: «Se uno mi ha caro, osserverà la mia parola e il Padre mio lo avrà caro e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ha caro non osserva le mie parole, e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato».

 

Un Regno ben diverso da quelli di questo mondo

«Signore, cos’è è accaduto per cui devi manifestarti a noi e non al mondo?». Non dobbiamo mai dimenticare che, mentre Gesù parlava così nella sinagoga sotto il Cenacolo, la gente, i discepoli, i parenti, alcuni capi, i Romani, attendevano che egli si dichiarasse re e incominciasse a regnare in Palestina. Attendevano di vedere come sarebbe stato il regno di chi aveva sempre fatto il bene, era stato «profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo» (Lc 24, 19).
Perciò i discepoli si chiedevano come egli potesse diventare re allontanandosi da Gerusalemme, in un luogo segreto dove si sarebbe manifestato soltanto a loro. Forse pensavano che avesse ceduto all’idea di diventare re di Gamla, assecondando quelli che avevano cercato di rapirlo per farlo re, dopo che aveva moltiplicato i pani e i pesci.
Ma egli non avrebbe regnato così. Che cosa è, in pratica, il Regno di Dio e di Gesù?

 

Concretamente e personalmente

Le parole che stiamo esaminando e studiando (infatti questo deve fare chi è in grado di farlo o ne ha la responsabilità) si possono approfondire all’infinito, partendo dal testo greco, perché sono originali del Figlio di Dio e sono le parole che il Padre gli ha dato, per mezzo dello Spirito Santo, al Battesimo ricevuto da Giovanni.
Il Padre e Gesù si manifestano alla persona che ha i comandamenti del Figlio.
I suoi comandamenti, per noi che abbiamo la testimonianza ma non la visione del Figlio, sono la stessa cosa che vedere lui e il Padre; sono da considerare molto concreti e vivi, come le loro stesse Persone.
A proposito: quando si dice concreto, si pensa a qualcosa che cade sotto i nostri sensi. Sì, è vero per le parole di Gesù, che sono state udite, scritte e ora noi le possiamo leggere o riascoltare da chi le ha lette. È altrettanto concreto lui, che ha detto le parole del Padre e ha fatto in modo che venissero certificate. Ma, attraverso le parole certificate con cui Gesù rende testimonianza a Dio, è infinitamente concreto, anche se non si vede, il Padre che ha creato ogni cosa e la fa esistere adesso. Così è concreto con lui il Figlio e, ugualmente, lo Spirito Santo.
Dunque il Re Gesù Cristo regna concretamente dimorando presso chi ha conosciuto i suoi comandamenti e li osserva, tenendoli sempre presenti e mettendoli in pratica. Per questo non è indifferente che si faccia conoscere Gesù al mondo o che si lasci il mondo nelle sue idolatrie.
Se pochi hanno i suoi comandamenti, egli regna su quei pochi e non su tutto il mondo. Lo potrà fare ugualmente in modo misterioso, informale, ma la via concreta, regolare, è questa.

 

Parole esatte del Padre

«Chi non mi ha caro non osserva le mie parole, e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato».
Le parole di Gesù sono comandamenti.
Ma la parola, qui, non è tutto quello che si dice di Dio, è semplicemente l’argomento di cui Gesù sta parlando. Egli ricorda ai discepoli che è parola del Padre, sono parole esatte che il Padre gli ha ordinato di pronunciare. Perciò queste parole devono essere scritte esattamente come egli le pronuncia. In quel momento stava parlando in lingua greca e l’evangelista Giovanni, il suo discepolo caro, stava scrivendo esattamente il suo dettato per tramandarlo, certificato, a noi. Altrimenti l’affermazione di Gesù sarebbe stata inutile.

Giovanni Conforti