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II DOMENICA DI PASQUA

Domenica, 12 aprile 2026

LECTIO SUL VANGELO

L’apparizione di Gesù ai discepoli, chiusi nel Cenacolo, avviene non solo alla sera di Pasqua ma anche otto giorni dopo: è la nascita della domenica, il “Giorno del Signore”, il giorno in cui la comunità si potrà sempre incontrare con Cristo, nell’Eucaristia celebrata in sua memoria (vangelo). In questo modo, i discepoli di ogni tempo potranno rinvigorire la loro esperienza di “risorti con Cristo” (Col 2, 8-15: epistola), testimoniando con le parole e con la vita che soltanto in Gesù c’è la salvezza, offerta a tutti coloro che vorranno credere in lui (At 4 8-24: lettura).

 

Vangelo: Giovanni 20, 19-31

Il Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua è abbastanza esteso e complesso, benché profondamente unitario. Ricorrendo allo schema della settimana cristiana, esso riporta dapprima la apparizione di Gesù agli Undici, la sera di Pasqua (Gv 20,19-23); quindi, la seconda apparizione, otto giorni dopo, presente Tommaso (vv. 24-29); infine, la dichiarazione di intenti del libro scritto da Giovanni: “questi [segni] sono stati scritti perché crediate...” (vv. 30-31). Ci soffermiamo solo sulla prima scena (vv. 19-23), con brevi accenni alla seconda e alla conclusione.

“La sera di quel giorno, il primo della settimana...” (v. 19). L’apparizione ai discepoli corrisponde verosimilmente a quella riportata da Paolo, quando elenca i “Dodici” tra i testimoni ufficiali delle apparizioni di Gesù (1Cor 15, 5). Per Giovanni, è la sera di Pasqua e i discepoli sono riuniti insieme, pieni di paura. Si accenna così fin dall’inizio a quello che sarà uno dei segni della loro esperienza della presenza nuova di Cristo in mezzo a loro: passeranno dalla paura alla gioia, fino a giungere alla missione. Il buio della sera e la paura dei Giudei introducono nella narrazione una nota drammatica: quella sera si realizza la liberazione dei discepoli, come era avvenuto per gli ebrei nella notte pasquale. Il fatto che i discepoli si trovino in un luogo con le porte chiuse non fa altro che evidenziare l’iniziativa di Gesù nel manifestarsi loro.

“...venne Gesù, stette in mezzo e disse...”. Questa venuta di Gesù non ha il significato banale di “arrivare”, ma richiama probabilmente - insieme con la cornice cronologica di cui si è detto (“La sera di quel giorno... Otto giorni dopo”) - la convinzione che nell’Eucaristia il Risorto viene e si fa presente nella sua comunità, arricchendola di tutti i doni dati ai discepoli quella sera: la pace, la gioia, la missione, lo Spirito. Presentandosi ai discepoli, Gesù mostra di non venir meno alla promessa da lui fatta durante l’ultima cena, quando aveva detto: “Non vi lascerò orfani, verrò da voi” (Gv 14, 18). E, dopo essere venuto, Gesù parla ai discepoli, annunciando loro la pace: “Pace a voi!”. Anche il dono della pace è segno della fedeltà di Gesù ai suoi; è il compimento di una promessa, fatta anch’essa durante l’ultima cena: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (14, 27). In che cosa consista la pace, quale ne sia l’origine e il contenuto, è detto da ciò che Gesù fa e dice nel Cenacolo alla sera di Pasqua.

“Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco” (20, 20). A differenza di Luca, Giovanni non esplicita la ragione o il senso del gesto di Gesù. In Luca il gesto ha un valore apologetico, serve cioè a dissipare il dubbio che ancora occupa il cuore dei discepoli circa la vera identità di Gesù, che pensano essere un fantasma. In Giovanni, invece, ha più un orientamento teologico; attraverso di esso, cioè, Gesù si rivela: scoprendo sul suo corpo i segni della Passione, i discepoli possono vedere in lui il Signore che si è lasciato trafiggere in un atto di donazione totale della sua vita. La mano è quella del buon pastore, colui che ha dato la vita; perciò, da questa mano le pecore ricevono vita e nessuno le potrà strappare via da essa. Diversamente da Luca, Giovanni dà poi risalto al fianco, il che rimanda alla scena della trafittura (19, 31-37): dal fianco dell’Agnello innalzato sulla croce sono usciti il sangue (segno della vita donata) e l’acqua (segno dello Spirito promesso).

“I discepoli gioirono al vedere il Signore”. Secondo la profezia citata dall’evangelista a proposito del colpo di lancia (“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”: Zc 12, 10), i discepoli sono i primi a volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto. E questo sguardo li salva. Perciò, di fronte al Risorto, i discepoli sono nella gioia. Si tratta della gioia vera, la gioia di essere salvati dalla mano di Gesù e dallo sguardo rivolto a quel fianco trafitto. Ma è altrettanto chiaro che quella gioia è vera solo nella misura in cui si partecipa alla verità di Gesù, alla sua piena libertà di donare se stesso.

“Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi!” (20, 21). Questa seconda offerta della pace ai discepoli non è più motivata dalla presenza del Risorto, ma dal fatto che lui li rende partecipi della sua missione. Infatti, subito prosegue: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. La missione con cui Gesù li invia non si radica solo nella sua parola, ma nella sua relazione con il Padre; essi sono mandati come (e perché) il Padre ha mandato Gesù. I discepoli sono resi partecipi della stessa intimità di relazione che lega il Padre col Figlio; per questo, la loro missione non è altra cosa rispetto alla missione di Gesù, ma dovrà esserne il prolungamento. C’è propriamente un’unica missione, quella di Gesù, e i discepoli ne sono resi partecipi.

“Ricevete lo Spirito Santo” (v. 22). La missione dei discepoli si compirà per l’azione dello Spirito, che Gesù ora - soffiando su di loro - comunica. Le altre ricorrenze bibliche del verbo “soffiare” (Gen 2, 7 e Ez 37, 9) mostrano che qui si tratta di una nuova creazione. Con il dono dello Spirito ha inizio un mondo nuovo, cosa a cui alludeva già l’espressione “il primo giorno della settimana” (Gv 20, 1.19). Quale sia l’opera dello Spirito non è facile da stabilire; secondo qualcuno, essa consiste nel suscitare la fede pasquale nel cuore dei discepoli. Si direbbe però che Giovanni veda piuttosto una stretta relazione tra lo Spirito e la missione: lo Spirito trasforma i discepoli, li ricrea, perché siano abilitati alla missione.

“A coloro a cui perdonerete i peccati...” (v. 23). Lo Spirito comunica soprattutto il potere di perdonare i peccati. Secondo il Vangelo di Giovanni, infatti, il peccato è la mancanza di fede, la cecità di fronte alla luce, l’ostinazione nel rifiuto della verità. Ricevendo il potere di rimettere i peccati, i discepoli ottengono di poter annunciare quella parola che apre i cuori, agiscono nel nome di quello Spirito che solo è capace di vincere l’ostinazione degli uomini per introdurli nella verità di Gesù. Però, qui si tratta non solo di annunciare la parola di conversione, ma della reale possibilità di comunicare il perdono di Dio: sia denunciando il peccato, sia accogliendo il peccatore pentito. Così, i discepoli vengono coinvolti nella missione di Gesù, nella lotta dell’Agnello di Dio contro il potere del peccato nel mondo.

La manifestazione pasquale di Gesù è anzitutto segno della sua fedeltà: una fedeltà immeritata, perché i discepoli non gli sono stati vicini nella passione. In questa cornice, la successiva apparizione a Tommaso (vv. 24-29) ha anche il significato stupendo di manifestare la fedeltà di Gesù a un suo discepolo debole nella fede. La venuta di Gesù dona a Tommaso la fede e lo rende capace della confessione più alta di tutto il Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!” (v. 28). Inoltre, l’episodio di Tommaso mostra che la condizione dei credenti attuali non è di inferiorità rispetto ai primi testimoni, perché essi hanno a loro disposizione il “libro” (v. 30), frutto della comprensione piena e dello sguardo in profondità del testimone, che dà una lettura autentica del mistero di Gesù. Con la loro fede, suscitata dallo Spirito, i credenti di oggi godono della stessa beatitudine dei testimoni oculari: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (v. 29).

a cura di padre Flavio Fumagalli