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V DOMENICA DI QUARESIMA

Domenica, 22 marzo 2026

VANGELO STORICO

Introduzione

Si può consultare l’introduzione generale, in Vangelo storico della Prima Domenica di Avvento.

 

Lo svolgimento dei fatti

Il brano evangelico di oggi (Gv 11, 1-45) ci offre l’occasione per riunire ciò che i Vangeli dicono di Lazzaro, Marta e Maria.
Il Vangelo di Luca ricorda un primo invito a Gesù da parte del fariseo Simone (Lc 7, 40). Era settembre dell’anno 31. Il luogo non è precisato ma, seguendo il percorso compiuto dal Maestro, si può dire che era proprio il villaggio di Betania.
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e, fermatasi dietro presso i piedi di lui piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato (Lc 7, 37-38).
Quella donna non era certamente Maria di Betania. Maria però era presente, vide e ricordò: al momento opportuno avrebbe ripetuto quel gesto in modo più generoso. Questo ci dice che Marta, Maria e Lazzaro erano di famiglia ricca.
Marta e Maria sono nominate da Luca, per la prima volta, nell’incontro che avvenne verso la fine di maggio dell’anno 32 (Lc 10, 38-42).
Nel presente passo evangelico, Giovanni dice che Maria e Marta erano sorelle di Lazzaro. Ma erano probabilmente figlie di Simone. Né il padre né la madre sono nominati, anche se Simone era amico di Gesù.
Il 28 marzo dell’anno 33, in casa di Simone il lebbroso (Mt 26, 6), gli fecero una cena e Marta serviva; Lazzaro era uno di quelli che erano seduti a mensa con lui. Maria intanto, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento (Gv 12, 2-3).
I due atti di devozione verso Gesù avvennero in casa di “Simone”, “fariseo”, il “lebbroso”. Perché fosse chiamato così, è difficile da dire perché un lebbroso non poteva certo stare in mezzo agli altri: forse era stato guarito da Gesù, o era uno dei pochi scampati alla malattia.

 

Giovanni può scrivere

Rivediamo la traduzione del racconto, per evidenziare le parti scritte da Giovanni al tempo presente, amalgamate tra loro da uno scriba adulto, con notizie al passato.
Era malato un certo Lazzaro, di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che (alcuni giorni dopo) ha cosparso di olio profumato il Signore e gli ha asciugato i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, il malato, era suo fratello.
Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché il Figlio di Dio venga glorificato per essa».
Gesù aveva cari Marta, sua sorella e Lazzaro. Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Dopodiché dice ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
I discepoli gli dicono: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
Gesù ha risposto: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché non c’è la luce in lui».
Così ha parlato e poi soggiunge loro: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo»…
Gesù si trattiene due giorni nel luogo in cui si trova, in particolare perché il Giovanni, che ha circa 17 anni, si prepari a scrivere, procurandosi il materiale.
Siamo nella zona di Betània di Transgiordania (Perèa, in greco). È la stessa regione in cui Giovanni e Andrea avevano incominciato a seguire Gesù. Allora egli era ospite in una casa o in una comunità, dove c’era quel che serviva per scrivere, e così Giovanni aveva potuto iniziare il Vangelo.

 

Il peccato originale e la situazione presente

Gesù piange con gli altri Giudei sulla situazione che c’è fin dal tempo del peccato originale, fino a che il Padre non interviene per mezzo del Figlio a dare la “luce” che non è “di questo mondo”.

 

Morte reale e nuova vita reale

Gesù non parla della morte del corpo e della vita dell’anima (discorso che pure aveva già fatto, ma infecondo in questa situazione), parla di fede in lui che “fa vivere” la persona, “anche se muore”. La morte non è apparente, infatti anche Gesù piange, ma la potenza di Dio farà vivere la persona, sì “nell’ultimo giorno”, ma anche in modo che “non vada perso nemmeno un capello del nostro capo” (Lc 12, 7; 21, 18).
Gesù ha la luce, che non è di questo mondo.
A quella luce non si può inciampare. Chi “è vivo (in questo mondo) e crede in lui, parole e fatti certificati, non morirà in eterno”. Anche Lazzaro rimaneva vivo in questa luce, come se dormisse da quattro giorni.

 

Gesù agisce e risolve i dubbi

Come è possibile tutto questo?
Gesù mostra che la vita di ogni persona è nelle sue mani, e niente e nessuno gliela può portar via. Anzi, a garanzia del suo potere eterno, riprenderà la propria vita dopo la crocifissione.
Perché gli evangelisti non si sono preoccupati di chiedere, alle persone risorte, com’è la situazione da morti?
Perché, oltre quello che Gesù ha detto e fatto, c’è ben poco da sapere. La vita nuova non si svolge né lontano da Gesù, che conosciamo ed è la risurrezione e la vita, né lontano da questo mondo. Infatti Lazzaro, chiamato da Gesù a voce alta, ha obbedito subito come se si svegliasse dal sonno.

 

Profezia e storia

I versetti 46-53 riferiscono la risonanza che ebbe tra farisei e i sacerdoti il miracolo del Cristo Re a Betania.
Chi ha potuto seguire direttamente le argomentazioni espresse nel sinedrio? L'evangelista Giovanni era conosciuto dai sacerdoti, ma è probabile che lo stesso redattore del Vangelo fosse un sacerdote, membro del sinedrio.
Caifa pronunciò involontariamente una profezia, che riguardava la salvezza donata da Gesù. Infatti questa ha raggiunto persone di tutti i popoli.
Ma la profezia non riguardava la salvezza politica della nazione ebraica. I Romani, quarant'anni dopo mandarono in rovina la nazione intera. Il sacrificio di Gesù non è servito a ottenere quello che Caifa voleva.
Non c'è qui un indizio per sostenere che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Giovanni Conforti