III DOMENICA DI PASQUA
Domenica, 04 maggio 2025
LECTIO SUL VANGELO
Presentandosi come “la luce del mondo”, Gesù invita l’umanità intera a uscire dalle tenebre dell’egoismo, dell’oppressione, della chiusura, per camminare nella sua luce. Questa luce indica l’amore di Gesù, un amore universale che non vuole condannare nessuno; tuttavia, l’invito di Gesù è sentito dai suoi avversari come un’accusa, a motivo della quale gli negano ogni autorità. Gesù, però, non si sforza di dimostrare l’origine divina della sua autorità, perché la comprende soltanto chi si lascia plasmare dallo Spirito di Dio, camminando dietro a lui, nella sua luce.
Vangelo: Giovanni 8, 12-19
Il Vangelo di questa domenica fa parte dell’insegnamento di Gesù nel tempio, che caratterizza i capitoli 7 e 8 di Giovanni, collocati nel contesto della grande festa delle Capanne, a Gerusalemme. Dopo l’episodio dell’adultera (Gv 8, 1-11), Gesù riprende a parlare con una formula di rivelazione in cui afferma la sua identità, caratterizzata dal nome divino “Io sono”. E dice: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8, 12).
“Io sono la luce del mondo...”. In questa affermazione vi sono molti rimandi ad altri passi della Bibbia, di natura soprattutto messianica. Possiamo ricordare il profeta Zaccaria che, parlando del “giorno del Signore”, ossia il giorno della venuta del Messia, affermava: “quel giorno sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte, e verso sera risplenderà la luce” (cf. Zc 14, 6s). La luce era vista come un simbolo di felicità, gioia, salvezza, liberazione; essa si applicava all’opera del Messia, al punto che lui stesso veniva indicato con il nome di “Luce”. In Gesù, però, il suo essere luce non vale solo per Israele ma vale per tutto il mondo, si estende ad ogni uomo che vive in questo mondo, come si legge nel prologo del Vangelo di Giovanni: “In lui [il Verbo] era la vita, e la vita era la luce degli uomini... Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 4.9). Di questo parlano anche due testi di Isaia, che si riferiscono entrambi al Servo del Signore. È Jahvè che si rivolge al suo servo e gli dice: “Io, il Signore, ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni... Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 42, 6; 49, 6).
“...chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. Gesù è la luce, è la luce del mondo; per questo, chiede a chi vuole esserne illuminato di mettersi in cammino, di seguirlo come un discepolo. Riappare qui l’opposizione tra luce e tenebre presente nel prologo del Vangelo (“La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”: Gv 1, 5); inoltre, come nel prologo, luce e tenebre hanno dimensioni universali. Qui le tenebre stanno a indicare dottrine di menzogna e di morte che, nel popolo giudaico, si manifestano nella classe dirigente che ostacola la vita del popolo e vuole uccidere Gesù. Gesù invece, con il suo essere e il suo agire come “luce”, crea un mondo nuovo, un mondo di uomini nuovi trasformati dallo Spirito, che avranno tra loro un modo nuovo di rapportarsi: quello dell’amore vicendevole. Il frutto di questo cammino alla sequela di Gesù è avere “la luce della vita”, ossia: la luce che è la vita e che deve essere testimoniata anzitutto dalla comunità dei discepoli di Gesù, chiamata ad essere il luogo della vita, della gioia e della libertà.
“Tu dai testimonianza di te stesso...” (8, 13). Avendo ascoltato le sue parole di rivelazione, i farisei intervengono e rifiutano nuovamente di riconoscere a Gesù la missione che egli dice di avere ricevuto da Dio: non lo riconoscono come Messia e neppure come profeta. Essi, che sono i “professionisti della Legge”, non possono tollerare che Gesù applichi a se stesso dei titoli divini che lo pongono al di sopra della Legge. Così, gli obiettano che la sua dichiarazione (“Io sono la luce del mondo...”) non è confermata da nessuno se non da lui stesso e, pertanto, non è ammissibile.
“...so da dove sono venuto e dove vado” (8, 14). Gesù risponde ai farisei con queste parole, fondando la sua testimonianza sulla coscienza che egli stesso ha della sua origine e della meta verso cui è diretto, coscienza originata dall’azione dello Spirito che, all’inizio della sua missione, è sceso su di lui e vi è rimasto. Così dicendo, egli afferma di sapere di essere nato da Dio (“so da dove sono venuto”) e afferma anche di conoscere quale è la meta del suo cammino, ossia: il dono di se stesso fino alla morte (“so... dove vado”). Egli non cerca la sua gloria personale, ma la gloria di colui che lo ha mandato: per questo, la sua testimonianza è veritiera.
“Voi giudicate secondo la carne...” (8, 15). Gesù continua e, al tema della testimonianza, aggiunge quello del giudizio. Chi non si apre allo Spirito, giudica Gesù dal punto di vista puramente umano e non lo comprende; non saprà mai da dove proviene, né dove si dirige. Questo vale per i farisei, che si muovono nell’ambito della “carne”, da cui non possono uscire; così, i loro calcoli rimangono all’interno di questo stretto orizzonte, tanto che rifiutano la “pretesa” messianica di Gesù, perché la sua persona e attività non corrispondono a ciò che essi si aspettavano dal Messia. Con la sua risposta, Gesù dimostra loro che non hanno autorità per giudicare, perché il loro punto di vista è errato: il loro criterio di giudizio non corrisponde al progetto di Dio; il Messia che attendono non è altro che la personificazione della loro ambizione e del loro desiderio di rivincita sugli invasori di Israele.
“...io non giudico nessuno” (8, 15b-18). Da parte sua, Gesù non giudica nessuno, perché non esclude nessuno dal suo invito a seguirlo, essendo lui la luce che illumina ogni uomo e che è venuta a salvare il mondo. Gesù non esclude nessuno, se non d’accordo con il Padre, perché non è venuto a realizzare un proprio progetto, ma il progetto di colui che lo ha mandato, ossia: il Padre. Gesù, come luce del mondo, offre l’amore del Padre al mondo; chi rifiuta questa sua offerta rifiuta anche il Padre, perché non si può onorare il Padre senza onorare il Figlio; inoltre, la sentenza di entrambi è una sola, come uno solo è il progetto di salvezza.
“Dov’è tuo padre?”(8, 19).Per due volte, Gesù parla del Padre che lo ha mandato, facendo riferimento a Dio e alla propria identità di “Figlio di Dio”. I farisei non capiscono o non vogliono capire, pensando piuttosto al padre umano di Gesù, di cui essi negano la natura divina. Ecco perché chiedono a Gesù dove è suo padre, mostrando il loro totale scetticismo a suo riguardo. Gesù non risponde alla domanda, ma porta alla luce l’origine e la conseguenza della loro opposizione: “Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio”. Non riconoscendo lui, non riconoscono Dio, perché l’unico volto di Dio è Gesù. Chi non conosce Gesù, non conosce il Padre, il quale - attraverso Gesù - si fa vicino all’uomo e agisce a favore dell’uomo.
a cura di padre Flavio Fumagalli