SIAMO CITTADINI DEL CIELO E PERCIÒ CANTIAMO… GLORIA A DIO!
Pubblicato il 28/10/2026
L'antico inno, dopo aver lodato il Padre, riconosce con ridondanza di espressioni l'azione salvifica del Figlio.
Nella celebrazione eucaristica l'occhio è sempre rivolto al cielo. Anche se il popolo radunato ha i piedi ben appoggiati alla terra e a tutto ciò che caratterizza la realtà e il linguaggio terreno, non dimentica mai che, come ci ricorda san Paolo, «noi siamo cittadini del cielo, da dove attendiamo anche come salvatore, il Signore Gesù Cristo, che trasformerà il nostro misero corpo per uniformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutto l'universo» (Fil 3, 20).
Dopo l'atto penitenziale, nei giorni festivi, la liturgia ci propone la dossologia del Gloria. L'Ordinamento generale del Messale Romano (n. 53) ci ricorda che «Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l'Agnello. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l'opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato o da tutti simultaneamente o dal popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano. Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del Tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in celebrazioni di particolare solennità». Non sono dunque ammesse divagazioni melodiche che costringano al silenzio il popolo di Dio.
È un'esplosione di lode gioiosa di tutta l'assemblea che in comunione con l'eterna lode angelica unisce nel canto cielo e terra rendendo gloria alla Trinità. Essa prende l'avvio dalle parole con le quali gli angeli annunciarono ai pastori la grande gioia della nascita del Messia salvatore: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14).
Dopo aver lodato, benedetto, adorato, glorificato, reso grazie al Padre per la sua gloria immensa, nella parte centrale dell'inno si riconosce l'azione salvifica del Figlio: Agnello di Dio, Santo, Signore, Altissimo con lo Spirito Santo: nella gloria del Padre. La ridondanza delle espressioni, mette in evidenza le sue origini orientali quasi subito accolte nell'austerità occidentale.
Alla luce di questo Inno, comprendiamo perché nella decorazione del catino absidale di molte chiese antiche ci fosse l'immagine del Cristo "Pantocratore" accompagnata dalla rappresentazione della etimasìa (il trono vuoto sormontato dalla croce, con le insegne di Cristo), come a dire: annunciamo la tua venuta nel tempo e nella storia... attendiamo il tuo ritorno alla fine dei tempi. Ecco perché nella Veglia pasquale, dopo l'ultima lettura tratta dall'Antico Testamento (Ez 36, 16.17a.18-28 e il Salmo) accompagnata dall'orazione: «O Dio, che nelle pagine dell'Antico e Nuovo Testamento ci insegni a celebrare il mistero pasquale, fa' che comprendiamo l'opera della tua misericordia, perché i doni che oggi riceviamo, confermino in noi la speranza dei beni futuri, con solennità si accendono le candele dell'altare e il sacerdote intona l'inno Gloria a Dio, che viene cantato da tutti, mentre si suonano le campane.
di: don Carlo Cibien
da: Credere 38/2024
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