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IL LUOGO IN CUI ENTRIAMO E QUELLO CHE DOBBIAMO PORTARE CON NOI

Pubblicato il 12/05/2026

Entrare attraverso la porta significa collegare simbolicamente il mondo terreno a quello divino.  

Le chiese di una volta sottolineavano con molta esuberanza il disvelarsi del mistero nel passaggio dal mondo esterno allo spazio sacro e poi allo spazio prettamente liturgico. Basti pensare alla funzione del "pròtiro" che segnava l'ingresso nel "quadriportico", attraversato il quale si entrava nell'edificio chiesa. In altri casi c'era un semplice "nartece" con la stessa funzione di filtro (che ospitava i penitenti e i catecumeni). Oggi per lo più c'è un semplice sagrato, una spianata multifunzione attraverso la quale si accede direttamente alla porta d'ingresso della chiesa.
Il pròtiro (dal greco próthyron, pró = davanti e thyra = porta), di cui oggi si è quasi dimenticata la funzione e il significato, è quella costruzione a forma di tetto e sorretta da colonne vere o finte ed era un modo per incorniciare e dare importanza al portone della chiesa. Non è uno sfizio artistico, perché nel Vangelo di Giovanni è Gesù stesso a definirsi la "porta": «lo sono la porta. Chi entrerà attraverso di me sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo» (10, 9). E in Luca 13, 24 Gesù ci invita a conquistare la salvezza combattendo per entrarvi attraverso la "porta stretta". Matteo, dal canto suo ribadisce il concetto: «Quanto stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita! E pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7, 14). Forse è proprio per questo che i costruttori di chiese sentirono la necessità di segnalare la presenza della Porta-Cristo con questa struttura significativa e ridondante perché quanti, in prossimità della chiesa stessero per entrarvi, ricordassero la necessità di prepararsi a passare "attraverso Gesù".
In quell'entrare, in quell'attraversamento, memoria del nostro Battesimo, noi colleghiamo simbolicamente il mondo terreno a quello divino passando per la porta stretta che è il Cristo e assumiamo la sua testimonianza di "fare la volontà del Padre". Siamo come avvertiti che anche la nostra gestualità liturgica dovrà essere purificata e abbandonare un rituale fasullo che caratterizza le nostre cerimonie, ricordando che «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7, 21).
Passare attraverso il Cristo comporta lasciarsi alle spalle, abbandonare qualcosa; ma pure assicurarci di avere con noi dò che costituirà la "nostra" offerta per il sacrificio eucaristico. Abbandonare le divisioni e le chiacchiere, i pregiudizi e i malintesi; avere con noi il desiderio vivificante di incontrare il Salvatore e la sua-nostra famiglia cristiana, limitatissima - e chi non lo è? - eppure rinnovata costantemente dalla Parola e dalla potenza dello Spirito. Anche per questo, accanto alla struttura architettonica del pròtiro erano raffigurati spesso i simboli dei quattro Evangelisti.


di: don Carlo Cibien
da: Credere 31/2024


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