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CONFERENZE EPISCOPALI E INCULTURAZIONE DELLA LITURGIA

Pubblicato il 12/03/2026

Variazioni e adattamenti della celebrazione per popolazioni diverse sono autorizzati dalla Sede apostolica. 

Tra i suoi compiti delle Conferenze episcopali, di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, si indica la preparazione del Calendario liturgico nazionale, con una precisazione: nel fare questo lavoro, si rispetti e difenda la domenica, come festa primordiale. Ad essa non siano anteposte altre celebrazioni, se non sono davvero di grandissima importanza. «Inoltre si presti attenzione che l'Anno liturgico, rinnovato per volere del concilio Vaticano II, non sia oscurato da elementi secondari» (Ordinamento generale del Messale romano, n. 394). L'aggiunta di feste e festicciole, molto care alla tradizione popolare, non deve distrarre l'attenzione del popolo di Dio dal cammino liturgico annuale, con le sue tappe e i suoi percorsi. In questo non sempre facile compito le Conferenze episcopali sapranno dosare nel tempo e con le necessarie catechesi gli opportuni cambiamenti valorizzando al massimo le sane tradizioni religiose.
«Se la partecipazione dei fedeli e il loro bene spirituale esigono variazioni e adattamenti più profondi perché la sacra celebrazione risponda allo spirito e alle tradizioni delle diverse popolazioni, le Conferenze episcopali potranno proporle alla Sede Apostolica a norma dell'articolo 40 della Costituzione sulla sacra Liturgia, per introdurle, col suo consenso, a favore specialmente di quelle popolazioni a cui è stato annunciato il Vangelo più recentemente. Si osservino attentamente le norme particolari che sono state stabilite nell'Istruzione La Liturgia romana e l’inculturazione» (Ordinamento, n. 395).
Nell'attività di inculturazione, «Si osservi il principio per cui ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dall'ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede» (Ordinamento, n. 397).
Viene evocato l'antico adagio - attribuito a Prospero d'Aquitania - che mette in stretta relazione la Liturgia e la fede (lex orandi, lex credendi). Ora «il Rito romano costituisce una parte notevole e preziosa del tesoro e del patrimonio liturgico della Chiesa cattolica; le sue ricchezze giovano al bene di tutta la Chiesa, tanto che la loro perdita le nuocerebbe gravemente. Questo Rito nel corso dei secoli non solo ha conservato gli usi liturgici che hanno avuto origine nella città di Roma, ma in modo profondo, organico e armonico ha integrato in sé alcuni altri usi che derivavano dalle consuetudini e dalla cultura dei diversi popoli e delle diverse Chiese particolari dell'Occidente e dell'Oriente, acquisendo in tal modo un carattere che supera i limiti di una sola regione». Tutto questo ha richiesto tempo: «L'inculturazione esige un congruo periodo di tempo, perché nella fretta e nella disattenzione non venga poi compromessa l'autentica tradizione liturgica» (Ordinamento, n. 398).


di: don Carlo Cibien
da: Credere 23/2024


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