ALLE RADICI DELLA NOVITÀ

Il complesso di Gv 13-17, denominato “discorsi di addio”, si apre con un gesto che deve scolpirsi a fuoco nella mente dei discepoli. Gesù è colui che serve, simbolo velato, ma non troppo, per indicare colui che dà se stesso in un gesto di puro amore. Prima di dare il comandamento dell'amore, egli lo sacramentalizza nel gesto di lavare i piedi ai suoi discepoli. Che il gesto non si limiti solo a quell'istante, lo si capisce dalla domanda che Gesù pone ai discepoli: «Sapete ciò che vi ho fatto?» (Gv 13, 12): l'originale greco usa il perfetto per indicare un'azione che, per sé conclusa, continua nei suoi effetti. L'azione di lavare i piedi è terminata, la valenza simbolica sottesa permane come atto vero e continuo di amore.

La lavanda dei piedi è il simbolo; una sorta di involucro, che lascia presagire il contenuto. Questo è reperibile nei pochi versetti che formano il brano liturgico odierno, composto da due parti: il riferimento alla gloria/glorificazione (vv. 31-33) e il comandamento nuovo dell'amore (vv. 34-35). Le due parti sono intimamente connesse: dapprima il rapporto Gesù/Padre e poi quello Gesù/discepoli. Il legame è quello di un amore a tutta prova.

Per capire il messaggio, è importante rapportarsi a quanto è appena successo, non incluso nel brano liturgico, se non allusivamente con il richiamo a Giuda. Nei vv. 21-30, che precedono immediatamente il nostro testo, Gesù aveva smascherato Giuda Iscariota come il traditore. A lui aveva detto: «Quello che devi fare, fallo al più presto» (v. 27). Sebbene i commensali non abbiano capito il vero senso dì quel messaggio, il lettore sa che si tratta di un chiaro riferimento al tradimento, che è il lasciapassare della passione. È come se Gesù autorizzasse Giuda a procedere. Il suo tradimento è già maturato, anche se non ancora consumato. In quell'annotazione «era notte», sant’Agostino legge la condizione interiore di Giuda. Nel contesto del tradimento che fa scattare la passione/morte di Gesù, nel momento in cui trionfano le tenebre e la luce sembra smorzarsi, vanno letti e interpretati i versetti del nostro testo evangelico.

Gesù parla di gloria/glorificazione. Non sarà superfluo richiamare la densità biblica di tale lessico.

«Gloria» traduce il greco d6xa e l'ebraico kabod con il significato base di “ricchezza”, “splendore”, “ciò che è pesante”. Nell'Antico Testamento essa manifesta la presenza di Dio e riveste diverse forme sensibili, come la nube nel deserto o sul Sinai (Es 16, 7; 24, 15-16), il fuoco divorante sul monte (Es 24, 17), la colonna di nube o di fuoco che accompagna il popolo (Es 40, 38). A Mosè che anela a percepire la gloria di Dio, è consentita solo una esperienza parziale (Es 33, 18-23; 34, 6-8). La gloria di Dio è segno della sua presenza e comunicazione: riempie la Tenda del Convegno su cui si era posata la nube (Es 40, 34-35) e più tardi il tempio di Salomone (1 Re 8, 10-11). Nella profezia di Ezechiele la gloria abbandona l'antico tempio (10, 18) ed entra più tardi nel nuovo (43, 1-5), assicurando la presenza perpetua di Dio (43, 7).

Nel Nuoto Testamento “gloria” designa lo splendore proprio di Dio e del mondo celeste, e anche la potenza e l'onore divino. Essa è il modo con cui Dio si manifesta. La novità è data da Cristo, nel quale si rivela la gloria divina. Tra gli evangelisti è soprattutto Giovanni a fare uso abbondante dei termini “gloria” e “glorificazione”. Gesù è colmo della gloria di Dio (1, 14). La comunicazione della sua gloria è il gesto supremo di amore da parte di Dio e realizza l'unità del Padre e del Figlio (17, 22), al punto che vedere Gesù è come vedere il Padre (12, 45; 14, 9), e dare l'adesione a lui è come darla al Padre (12, 44; 14, 1). La pienezza della gloria, presente in Gesù, fa di lui il Figlio unico, che vive nell'intimità del Padre (1, 18). Dio dimostra il suo amore per il mondo dando il suo Figlio unico, affinché l'uomo abbia la vita definitiva (3, 16); questo amore è la sua gloria che si rivela nella manifestazione della gloria del Figlio (17, l). La gloria-amore si manifesta in tutta l'attività di Gesù come datore di vita (11, 4.40), ma raggiunge l'espressione suprema nella croce, quando Gesù accetta volontariamente la morte per amore dell'uomo. La morte di Gesù è il momento culminante della sua ora annunciata a Cana, l'ingresso nella sua gloria celeste.

Perciò si può dire che l'ora della morte è l'ora in cui il Figlio dell'Uomo deve essere glorificato (12, 23). Gesù comunica ai suoi la ricchezza (gloria) del suo amore che egli ha ricevuto dal Padre (17, 22). Li introduce così nell'intimità divina (17, 3), realizzando l'unità dei suoi con lui e con il Padre (17, 22). Questa gloria-amore è lo Spirito che la comunità riceve dalla pienezza di Gesù, quando egli manifesta la sua gloria sulla croce (19, 30.34; cfr. 7, 39).

Questa lunga digressione ci fornisce la chiave per capire il nostro brano. Da un lato, Gesù usa il passato: «Il Figlio del l'Uomo è stato glorificato», «Dio è stato glorificato», perché ha già accettato il tradimento di Giuda, inizio della passione. E abbiamo visto che proprio nel momento della passione fiorisce la gloria, perché Gesù vive quei momenti tragici come atto di obbedienza e di amore al Padre. Avendo egli accettato il tradimento, è già entrato nella passione e quindi nella gloria. Dall'altro lato, la passione «non è ancora consumata». Bisogna viverla in pienezza, prima di giungere alla esaltazione. Allora il Padre associa Gesù a sé facendogli condividere la sua gloria eterna. Questo non è ancora accaduto, perciò viene usato il futuro: «Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà presto».

La seconda parte del brano, i vv. 34-35, sono da leggere come esplicitazione del precedente e come apertura ai discepoli. Sono esplicitazione perché traducono con la categoria “amore” quanto prima era incluso in quella di gloria/glorificazione. L'accettazione da parte di Gesù del tradimento di Giuda e di tutto quello che consegue è un atto di amore, non una passiva rassegnazione. Egli percorre la strada impervia e nuova dell'amore verso i nemici. Non blocca Giuda con un gesto clamoroso, non cerca di dissuaderlo, lo sollecita: «Quello che devi fare, fallo al più presto» (v. 27). Potremmo citare a commento il loghion sinottico: «C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 50). Il battesimo è l'immersione nella sua passione e morte.

L'atteggiamento di Gesù diventa normativa per i suoi discepoli. Egli lo esplicita bene nel comandamento nuovo che lascia come impegno per la comunità ecclesiale. Si tratta di un comandamento, cioè una esplicita volontà e non di un suggerimento. È nuovo perché ha in Gesù il suo esempio che si spinge fino alla morte, a favore dei nemici. L'amore reciproco («gli uni gli altri») non si riferisce solo ai membri della comunità, non solo agli amici, quelli verso i quali siamo istintivamente portati. In questo caso agiremmo in fotocopia con tutti gli altri. Risuona un pezzo forte del discorso del monte: «Amate i vostri nemici [...]. Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?» (Mt 5, 44-46).

L'amore a tutti, senza riserve, l'amore capace di arrivare fino al dono della vita, ecco la novità lasciata da Gesù come certificato che autentica il vero discepolo. Commenta sant’Agostino: «Cristo ci ha dato un comandamento nuovo: di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati. È questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del testamento nuovo, cantori del cantico nuovo».

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