Sono veramente incredibili ed imprevedibili questi scugnizzi napoletani. È facile incontrarli ovunque vi è povertà. Camminano a frotte, quasi sempre rincorrendosi: non sai dove vanno; cosa hanno intenzione di fare. Li trovi facilmente ad ogni angolo di strada, ad ogni semaforo, ai caselli autostradali, pronti a venderti le cose più impensate per avere un pezzo di pane da mangiare.

Tante volte sanno anche usare violenza, aggredendoti per rapinarti un portafoglio, una collanina, una borsetta. Appaiono e scompaiono con velocità felina, da non lasciarti il tempo di pensare a quanto è successo. Ma sempre senza alcun odio: solo forse per copiare il tragico gioco del possedere che noi adulti giochiamo ogni giorno; o forse mandati, senza chiedersi neppure perché e da chi sono mandati. Quanto colpisce in loro è l'intelligenza acuta: eppure raramente frequentano le scuole; le vedono come fatto inutile. Oppure amano talmente la libertà della strada da non riuscire a concepire la disciplina di un'aula in cui si sentono come strozzati. E poi a che serve – secondo loro, le loro famiglie – quanto noi insegniamo? Loro si sentono come condannati o chiamati ad una vita diversa, ad una mentalità diversa.

La scuola appare come una necessità solo per chi poi avrà la fortuna di vivere da cittadino vero. Ma loro, così forse pensano, avranno sempre un pezzo di pane o donato, o conquistato in malo modo. Ed allora a che servono l'italiano? La matematica? Le buone maniere? cose da ricchi.

La loro scuola si fa presto vita vissuta nei vicoli, o sull'ingiusto e non pagato lavoro; sempre a servire, sognando di poter un giorno diventare padroni. Stranamente conservano un cuore incredibilmente buono.

Quando si affezionano ad una persona sono pronti a dare la vita. Li ho qui, questi cari scugnizzi tutti i giorni attorno a casa mia: nel piccolo piazzale davanti all'ingresso e alle spalle nel grande giardino che stiamo cercando di trasformare in campo di gioco. Non c'è angolo che sappiano rispettare. Appena una pianta accenna ad un frutto, questo viene portato via. Ti senti tutto il giorno come aggredito dalla loro presenza che non conosce regole e silenzio. Quasi temi di vederteli in casa da un momento all'altro. Non ti temono. A loro modo ti amano. E lo tocchi con mano ogni volta che li accosti.

Non sono amati: e lo avvertono. Quindi ci aggrediscono. Ma hanno un grande cuore: un cuore non ancora rovinato dall'egoismo del benessere.
Giorni fa accadde a Napoli, o meglio nei pressi di Napoli, ad Ercolano, un fatto che commosse tutta l'Italia ed aiutò a farci ricordare il bello che potremmo essere e che questi piccoli posseggono.

Aniello, ha undici anni... un padre invalido; una mamma in stato di grave esaurimento; quattro fratelli. Papà lo ha incaricato di stare attento alla mamma malata durante una sua breve assenza. E lui lo fa con l'attenzione dei grandi. Vede la mamma che sale su una sedia appoggiata al balcone di casa. Intuisce immediatamente l'intenzione della mamma. L'invoca a non farlo per amore suo, della famiglia; con l'accorato amore che noi forse non possediamo più. E quando la mamma si getta dal balcone al terzo piano, lui, con la sveltezza di questi ragazzi, la insegue nel volo, abbracciandola come per fermarla. I fili di una conduttura elettrica rallentano la corsa del bimbo, non della mamma. E così il ragazzo finisce a terra accanto alla mamma: lui lievemente ferito accanto a lei moribonda. Non si lascia fermare da tutto questo, ma ha ancora la forza di alzarsi e chiamare aiuto.

Ora lui è stato operato: gli hanno asportato la milza spappolata per l'urto a terra. La mamma è morta. E lui continua a chiedere: mamma come sta?. Non sa neppure di avere fatto un gesto grande, una lezione per tutti noi.

Ci ha fatto vedere quanto può essere grande il cuore dello scugnizzo, di tutti questi scugnizzi che mi girano attorno vivaci e alle volte pericolosi, solo se avessimo la forza del Vangelo di oggi. Quella di Gesù che si accorge e fa accorgere gli Apostoli della fame di quanti erano accorsi ad ascoltarLo. Li invita a sfamarli: si fa aiutare, con quei pochi mezzi che avevano, a compiere il miracolo.

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