MARTEDI DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA
UFFICIO DELLE LETTURE

V   O Dio, vieni a salvarmi.
R   Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria.

Lode a Te, Signore, re di eterna gloria.

Quando l'Ufficio delle letture si dice nelle ore notturne o nelle prime ore del mattino:

INNO

Tu, Giorno eterno, che vivi e risplendi
dell’increata luce del Padre,
guarda propizio chi devoto illumina
di lieti canti la notte.

Vinci, Signore, le nostre tenebre:
sperdi le schiere dei dèmoni,
gli animi scuoti sì che il torpore
non soffochi le menti.

I servi che ti implorano
pietosamente ascolta: la lode
che a te si leva, Cristo, ci meriti
grazia, perdono e pace.

A te la gloria ascenda e il nostro giubilo,
o mite Re d’amore,
al Padre e allo Spirito Paraclito
negli infiniti secoli.   Amen.

Quando l'Ufficio delle letture si dice nelle ore del giorno:

INNO

Dio disse: «La terra
produca germogli» (Gn 1, 11).

Creatore e sovrano di tutto,
vincendo le furie del mare,
hai tratto alla luce la terra,
bellissima nostra dimora.

Tu di vivaci fiori l’adorni
e, quasi mensa regale
di frutti ricoprendola e di mèssi,
la presenti ai tuoi figli.

Così alla fresca tua rugiada, o Dio,
verdeggi il deserto dell’anima;
lavi ogni macchia il pianto,
ogni ribelle fremito si plachi.

La nostra volontà alla tua si accordi
e rifugga dal male,
il cuore si arrenda alla grazia
e schivi gli atti che arrecano morte.

A te eleviamo, o Padre, la preghiera,
a te che regni nei secoli
con l’unico tuo Figlio
e lo Spirito santo.   Amen.

CANTICO DEI TRE GIOVANI
Cfr. Dn 3, 52-56
Ogni creatura lodi il Signore

Il Creatore… è benedetto nei secoli (Rm 1, 25).

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto il tuo nome glorioso e santo, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu sul trono del tuo regno, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi †
     e siedi sui cherubini, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Benedetto sei tu nel firmamento del cielo, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito santo, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

Come era nel principio e ora e sempre
     nei secoli dei secoli, amen, *
     degno di lode e di gloria nei secoli.

SALMODIA

Salmo 9 B

Preghiera e ringraziamento

Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio (Lc 6, 20).

I (22-32)

Ant. 1   Sii attento, Signore, alla voce dei tuoi servi, *
             libera quanti hai redento col tuo sangue.

Perché, Signore, stai lontano, *
     nel tempo dell’angoscia ti nascondi?
Il misero soccombe all’orgoglio dell’empio *
     e cade nelle insidie tramate.

L’empio si vanta delle sue brame, *
     l’avaro maledice, disprezza Dio.

L’empio insolente disprezza il Signore: †
     «Dio non se ne cura: Dio non esiste»; *
     questo è il suo pensiero.

Le sue imprese riescono sempre. †
     Son troppo in alto per lui i tuoi giudizi: *
     disprezza tutti i suoi avversari.

Egli pensa: «Non sarò mai scosso, *
     vivrò sempre senza sventure».

Di spergiuri, di frodi e d’inganni ha piena la bocca, *
     sotto la sua lingua sono iniquità e sopruso.

Sta in agguato dietro le siepi, *
     dai nascondigli uccide l’innocente.

I suoi occhi spiano l’infelice, *
     sta in agguato nell’ombra come un leone nel covo.
Sta in agguato per ghermire il misero, *
     ghermisce il misero attirandolo nella rete.

Infierisce di colpo sull’oppresso, *
     cadono gl’infelici sotto la sua violenza.
Egli pensa: «Dio dimentica, *
     nasconde il volto, non vede più nulla».

Gloria.

Ant. 1   Sii attento, Signore, alla voce dei tuoi servi, *
             libera quanti hai redento col tuo sangue.

II (33-39)

Ant. 2   A te, Signore, si abbandona il misero, *
             tu sei il sostegno dell’orfano.

Sorgi, Signore, alza la tua mano, *
     non dimenticare i miseri.
Perché l’empio disprezza Dio *
     e pensa: «Non ne chiederà conto»?

Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, *
     tutto tu guardi e prendi nelle tue mani.
A te si abbandona il misero, *
     dell’orfano tu sei il sostegno.

Spezza il braccio dell’empio e del malvagio; *
     punisci il suo peccato e più non lo trovi.
Il Signore è re in eterno, per sempre: *
     dalla sua terra sono scomparse le genti.

Tu accogli, Signore, il desiderio dei miseri, *
     rafforzi i loro cuori, porgi l’orecchio
per far giustizia all’orfano e all’oppresso; *
     e non incùta più terrore l’uomo fatto di terra.

Gloria.

Ant. 2   A te, Signore, si abbandona il misero, *
             tu sei il sostegno dell’orfano.

Salmo 11

Preghiera nella persecuzione

Dio Padre si è degnato di mandare il suo Figlio per noi, poveri (S. Agostino).

Ant. 3   Tu, o Signore, ci guarderai e ci custodirai.

Salvami, Signore! Non c’è più un uomo fedele; *
     è scomparsa la fedeltà tra i figli dell’uomo.
Si dicono menzogne l’uno all’altro, *
     labbra bugiarde parlano con cuore doppio.

Recida il Signore le labbra bugiarde, *
     la lingua che dice parole arroganti,

quanti dicono: «Per la nostra lingua siamo forti, †
     ci difendiamo con le nostre labbra: *
     chi sarà nostro padrone?».

«Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, †
     io sorgerò, dice il Signore, *
     metterò in salvo chi è disprezzato».

I detti del Signore sono puri, †
     argento raffinato nel crogiuolo, *
     purificato nel fuoco sette volte.

Tu, o Signore, ci custodirai, *
     ci guarderai da questa gente per sempre.
Mentre gli empi si aggirano intorno, *
     emergono i peggiori tra gli uomini.

Gloria.

Ant. 3   Tu, o Signore, ci guarderai e ci custodirai.

Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.

V   Tu sei benedetto, Signore.
R   Amen.


L    Benedicimi, Padre.
V   Per Cristo, che è via e verità,
      la divina Maestà  ci benedica.
R   Amen.

PRIMA LETTURA

Eb 11, 17-31

Dalla Lettera agli Ebrei

La fede dei Patriarchi e di Mosè

Fratelli, per fede Abramo, «messo alla prova, offrì Isacco» e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì «il suo unico figlio», del quale era stato detto: «In Isacco avrai una tua discendenza che porterà il tuo nome» (cfr. Gn 22, 1-14; 21, 12). Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.
Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.
Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e «si prostrò, appoggiandosi sull’estremità del bastone».
Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.
Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re. Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa. Per fede lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile. Per fede celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.
Per fede attraversarono il Mare Rosso come per una terra asciutta; mentre, avendo tentato questo anche gli Egiziani, furono inghiottiti.
Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.
Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.

RESPONSORIO

Cfr. Gn 22, 12. 16-17

R   L’angelo del Signore chiamò Abramo:
      «Non stendere la mano contro il ragazzo.
           Ora so che temi il Signore».

V   Dio disse: «Ti giuro per me stesso:
      ti benedirò con ogni benedizione.
           Ora so che temi il Signore».


L    Benedicimi, Padre.
V   La grazia dello Spirito santo
      illumini i nostri sensi e il nostro cuore.
R   Amen.

SECONDA LETTURA

Dal «Trattato su Giuseppe» di sant’Ambrogio, vescovo

(4, 19-20: CSEL XXII/II, 85-87)

È meglio essere liberi schiavi di Dio
che schiavi dominatori del mondo

Giuseppe fu venduto in Egitto, perché Cristo sarebbe stato mandato a coloro dei quali fu detto: Siete stati venduti per i vostri peccati (Is 50, 1), e così egli redense con il suo sangue coloro che erano stati resi schiavi dai propri peccati.
Ma Cristo fu venduto perché assunse la nostra condizione, non la nostra colpa, e così non è legato al prezzo del peccato, dal momento che egli non ha commesso peccato. Come prezzo, egli ha dunque preso il nostro debito, con il suo denaro, ha stracciato la cambiale, ha stornato l’usuraio, ha cacciato il creditore: da solo ha pagato ciò che era dovuto a tutti. A noi non era possibile uscire dalla schiavitù. Egli la prese su di sé a favor nostro, per allontanare la schiavitù del mondo, per restituire la libertà del paradiso, per donarci una nuova grazia con l’onore della sua partecipazione alla nostra sorte. Ciò per quanto riguarda il mistero.
Quanto all’interpretazione morale, bisogna dire: poiché il Signore Dio vuole che tutti siano salvati, per mezzo di Giuseppe ha dato un conforto a coloro i quali sono in schiavitù, ha concesso loro un insegnamento, affinché imparassero che anche nelle condizioni più basse e disagiate si può mantenere una condotta elevata e che nessuna situazione è preclusa alla virtù, purché ciascuno resti presente a sé stesso, consapevole che è la carne ad essere soggetta alla schiavitù, non l’animo, e che molti sono più liberi dei loro padroni, se, pur essendo schiavi, riescono a non compiere azioni servili.
Schiavitù è ogni peccato, l’innocenza è libertà. Perciò il Signore dice: «Chiunque commette peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34). Come può, ad esempio, non dirsi schiavo un uomo avido che si vende all’incanto per un minimo profitto di denaro? Teme di perdere tutte le cose che ha ammucchiato colui che le ha ammucchiate per non servirsene: quanto più grandi sono i beni che si è procurato, tanto più grande è il pericolo che correrà nel conservarli. Come può non dirsi povero colui che giudica insufficienti le cose che possiede? Anche se a me sembra ricco, è povero in sé stesso, e non acqueta per le attestazioni altrui le sue ansie colui che non sa accontentarsi degli oggetti del suo desiderio.
Come può non essere schiavo colui che è soggetto alla lussuria? Prima di tutto egli arde della sua fiamma ed è bruciato dagli ardori che sono nel suo petto. A costoro dice giustamente il profeta: «Camminate nella luce del vostro fuoco e nella fiamma che avete acceso» (Is 50, 11). Si carica di ogni paura, insidia il sonno di ognuno; per ottenere quella che sola desidera, diviene schiavo di tutti. Cade schiavo, dunque, e di una miserabile schiavitù, colui che si crea da sé dei padroni, che da sé vuole avere tiranni di cui aver paura. Caratteristico della schiavitù infatti è vivere nel terrore.
Al contrario, in qualsiasi stato di schiavitù, è sempre libero colui che non è preso dalla passione amorosa, non è tenuto prigioniero dalle catene dell’avidità, non è attanagliato dalla paura della colpa commessa, colui che guarda sicuro il presente e non è atterrito dal futuro. Non ti sembra che questo sia signore pur nella schiavitù e che quello, invece, sia servo pur nella libertà? Giuseppe era schiavo, il Faraone era re: la schiavitù del primo fu più felice del potere regale del secondo.


oppure:

Dalla lettera enciclica Humanae Vitae di san Paolo VI, papa

(nn. 10-11 passim in Enchiridion delle Encicliche 7, nn. 1158-1164 passim)

La paternità responsabile

Perciò l’amore coniugale richiede dagli sposi che essi conoscano convenientemente la loro missione di paternità responsabile, sulla quale oggi a buon diritto tanto si insiste e che va anch’essa esattamente compresa. Essa deve considerarsi sotto diversi aspetti legittimi e tra loro collegati. In rapporto ai processi biologici, paternità responsabile significa conoscenza e rispetto delle loro funzioni: l’intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che riguardano la persona umana. In rapporto alle tendenze dell’istinto e delle passioni, la paternità responsabile significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare su di esse. In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita. Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all’ordine morale chiamato oggettivo, stabilito da Dio e di cui la retta coscienza è vera interprete. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori. Nel compito di trasmettere la vita, essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della chiesa.
Questi atti, con i quali gli sposi si uniscono in casta intimità e per mezzo dei quali si trasmette la vita umana, sono, come ha ricordato il recente concilio, "onesti e degni", e non cessano di essere legittimi se, per cause mai dipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione. Infatti, come l’esperienza attesta, non da ogni incontro coniugale segue una nuova vita. Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita.

ORAZIONE

Il tuo Unigenito, o Dio,
venduto dal traditore come uno schiavo
ci ha riscattati dalla servitù della colpa;
concedi ai tuoi figli di custodire per sempre
la bellezza della vita redenta
e di restare legati coi vincoli dell’amore
a lui, Signore unico e vero dell’universo,
che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.


Quando l'Ufficio delle letture si recita nelle ore notturne o nelle prime del mattino, invece dell'orazione riportata si può sempre dire l'orazione seguente:

Allontana, o Dio, ogni tenebra
dal cuore dei tuoi servi
e dona alle nostre menti la tua luce.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio,
che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli.

CONCLUSIONE

V   Benediciamo il Signore.
R   Rendiamo grazie a Dio.



©