Vangelo: Giovanni 13,31b-35

I versetti scelti per il brano evangelico di questa domenica sono quelli che introducono i cosiddetti “discorsi di addio” di Gesù nell’ultima cena (Gv 13-17), discorsi con cui egli dice il senso ultimo della sua vita e apre il tempo in cui i suoi discepoli sono chiamati a raccogliere la sua eredità come principio di una vita nuova. In questo brano si hanno tre temi, accostati l’uno all’altro, ed è proprio la loro congiunzione a generare il significato dell’insieme: gloria, partenza (morte) di Gesù, amore. La vita e la morte di Gesù, anziché essere insignificanti e fallimentari, sono il luogo dove brilla e risplende la gloria di Dio, dove il suo volto d’amore diviene visibile. Come il sole, quando spunta tra le nubi, fa rinascere la vita e la gioia tra gli uomini, così l’amore di Dio manifestato rende possibile ai discepoli uscire da sé per una vita rinnovata, nella quale risplende un raggio del suo amore.

Per entrare meglio nel brano, possiamo cogliere subito alcuni dei raggi in cui si manifesta la gloria di Dio in Gesù: li cogliamo appunto nel contesto immediato. Anzitutto, la gloria di Gesù appare fin dall’inizio del racconto dell’ultima cena nella libertà sovrana con cui egli affronta la morte e ne fa un dono d’amore, libero e totale. È con il suo dono fino alla morte, che Gesù fa conoscere a noi il volto del Padre: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (13,1). Inoltre, la gloria di Gesù appare nel rapporto con Giuda (13,21-30): avvolto dalla tenebra del tradimento, Gesù non rinuncia a trattare con amore il suo discepolo; anzi, tutto - anche il male del tradimento e del rinnegamento - è fin dall’inizio posto sotto il segno dell’amore (“li amò fino alla fine”). Tale è il volto della gloria di Dio e di Gesù.

“Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato...” (v. 31s). Le parole di Gesù assomigliano molto a un grido di vittoria, e ciò è tanto più sorprendente se si pensa che esse giungono a commento della uscita di Giuda dal Cenacolo. Perdere un discepolo è certamente una sconfitta, una componente del morire di Gesù; tuttavia, più volte ricorre nella bocca di Gesù il verbo “glorificare”. Anzitutto, Gesù afferma di essere stato glorificato, ma la sua glorificazione è insieme quella del Padre (cf v. 31b): mentre Dio glorifica il Figlio dell’uomo, manifesta la sua stessa gloria. In altre parole, Dio viene glorificato nel momento in cui il suo volto d’amore traspare attraverso l’umanità di Gesù e il suo donarsi fino in fondo: l’umanità di Gesù è glorificata, perché diventa trasparenza perfetta di Dio; Dio è glorificato perché, attraverso l’uomo Gesù, il suo amore è pienamente conosciuto. Inoltre, la glorificazione di Gesù è data come già avvenuta e, insieme, ancora da compiersi (cf v. 32): essa si è già compiuta, soprattutto si è compiuta “ora”, quindi in ciò che è avvenuto durante la cena, incluso il dialogo con Giuda; ma si dovrà ancora compiere, e si compirà “subito”, cioè nella sua morte, che il Vangelo ci mostra come morte gloriosa.

“Figlioli, ancora per poco sono con voi...” (v. 33). Gesù si rivolge ai discepoli con un termine affettuoso: “Figlioli”. Il momento è carico di emozioni, perché egli sta per annunciare loro la sua prossima partenza, ossia la sua morte, della quale è pienamente cosciente. Le parole che seguono assumono, perciò, carattere di testamento. Anche se i discepoli non se ne sono resi conto, il tradimento di Giuda è stato consumato e la sua consegna è imminente. Per questo, egli parla loro della sua partenza, quella che dà carattere definitivo al comandamento che sta per comunicare loro.

“...dove vado io, voi non potete venire”. La frase rivolta ai Giudei, a cui Gesù allude, si trova in 8,21: “Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire”. Anche i discepoli cercheranno Gesù, perché la sua assenza causerà loro tristezza e dolore; ma non si tratterà di un’assenza definitiva che li porterà alla rovina. A differenza dei Giudei, essi non moriranno nel loro peccato; tuttavia, nemmeno i discepoli sono in grado di andare dove va lui. Gesù va liberamente dove lo porta Giuda: va alla croce e, attraverso di essa, va al Padre. In questo itinerario, nessuno è in grado di accompagnarlo; nessuno può comprendere ancora la grandezza del suo amore, né può associarsi a lui. I Giudei non avrebbero mai accettato un Messia che dovesse morire; per questo, non potevano accompagnare Gesù. Nemmeno i discepoli possono ancora accettarlo, né comprendere fino a che punto deve giungere il dono di sé: non hanno ancora la capacità necessaria per amare in questo modo. Gesù la darà loro soltanto con la sua morte.

“Vi do un comandamento...” (v. 34s). Con la sua morte, da lui vissuta come il passaggio da questo mondo al Padre, Gesù attira tutti a sé e dà origine a una comunità che vive del suo stesso amore: questo è l’oggetto del “comandamento” che Gesù dà ai discepoli. Ci si può domandare se sia possibile “comandare” l’amore, dato che questo sembrerebbe per sua natura quanto di più spontaneo si debba immaginare; Gesù ne fa invece un “comandamento”, anzi: il comandamento per eccellenza. Se è un comandamento, significa anzitutto che esso si colloca all’interno di un rapporto di “alleanza”, che ne costituisce la base e la premessa: amare è possibile perché si è introdotti nell’alleanza. Allora, l’amore è anzitutto una condizione, uno stato di vita in cui si è posti; esso parte da Dio e, tramite Gesù, viene partecipato al cristiano: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (15,9). L’amore, però, viene anche comandato, perché per accoglierlo e attuarlo bisogna - come i discepoli - lasciarsi purificare dalla parola di Gesù, bisogna accettare di essere qualificati dal suo stile di servizio, quello manifestato nella lavanda dei piedi: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (13,14s).

“Vi do un comandamento nuovo...”. Si comprende così l’aggettivo “nuovo” che viene associato al comandamento dell’amore. L’amore reciproco tra fratelli trovava già una formulazione nell’Antico Testamento; ma il comandamento di Gesù è nuovo, appunto perché è di Gesù, è suo. Come si dice in un passo parallelo, poco più avanti: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri” (15,12). È comandamento nuovo non per la sua formulazione, ma perché viene da Gesù ed è reso possibile dall’amore con cui Gesù ci ama: “Come [perché] io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (13,34). L’amore di Gesù non è soltanto qualcosa di passato che ci serve ora da esempio, ma è realtà pienamente attuale che rende possibile adesso il nostro amore.

“Come io ho amato voi, così amatevi anche voi...”. Il comandamento nuovo di Gesù non è: “Come io vi ho amati, così voi amate me”, bensì: “Come io vi ho amati, così amatevi gli uni gli altri”. La risposta all’amore di Gesù non prende una direzione verticale, ma orizzontale: si vive del suo amore, amando gli altri. È però da notare che qui non si parla propriamente di amore universale, bensì di amore reciproco all’interno della comunità; non si esclude certo l’amore per tutti, ma l’accento di questa istruzione di Gesù è sulla comunità. Col suo modo di amare, essa diventa un segno di luce per tutti; in tal modo, essa si lascia identificare come la comunità dei suoi discepoli. Gesù non dice che tutti approveranno o loderanno questo stile, ma dice che questo sarà il segno che sono suoi, che appartengono a lui. In tal modo, la gloria sua e del Padre continuerà a manifestarsi: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (13,35).

a cura di padre Flavio Fumagalli

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