I SIMBOLI NELL’ARTE CRISTIANA

 

ALCUNI SIMBOLI CRISTIANI

Entrando nelle chiese o sfogliando i libri liturgici, possiamo imbatterci in alcuni segni: i simboli cristiani. Sono dei segni che partendo da realtà sensibili, da immagini comuni, ci indicano un particolare significato positivo.  Per questo vengono citati dalla Sacra Scrittura e dalla tradizione della Chiesa, acquistando un ulteriore significato, più profondo, che trascende il segno sensibile. Come ben ci ricorda il “Catechismo della Chiesa cattolica”:

Nella vita umana segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e di simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio (CCC 1146).

Ammirando i simboli cristiani, il significato colto attraverso i sensi, in un certo modo, viene trasfigurato ed elevato al piano spirituale; ciò dipende dal contesto biblico o dall’aspetto della vita di Gesù a cui i simboli cristiani fanno riferimento. I simboli, quindi, vanno interpretati e letti con gli occhi della fede e alla luce della Sacra Scrittura, dalla quale prendono significato insieme alle azioni liturgiche (cfr. SC 24). In alcuni casi, sono delle vere e proprie catechesi che ci presentano Gesù e il suo messaggio.

Anticamente, i simboli cristiani, proprio per questa loro capacità di sintesi catechetica, erano considerati il “Catechismo del popolo”.  In una società, cioè, dove pochi sapevano leggere e scrivere, erano il primo “libro” della fede, o la prima professione di fede.  Essi, infatti, erano raffigurati nelle catacombe, nelle basiliche, nelle case dei primi cristiani. Ancora oggi, nonostante siano passati tanti secoli, questi simboli hanno il compito di presentarci un particolare mistero e, al tempo stesso, ci mettono in comunione con la Chiesa delle origini, che è stata maestra nella fede. In un certo modo, è come se, dopo due millenni, sfogliassimo lo stesso libro per conoscere Gesù.

 

ALFA E OMEGA

Alfa e Omega (Δ Ώ) sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco (come la A e la Z lo sono per l’alfabeto italiano). Queste due lettere si riferiscono a Gesù, principio e fine della storia, secondo quanto ci viene riferito dal libro dell’Apocalisse: “io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Ap 1, 8). È proprio di noi cristiani vivere “tra il giorno della risurrezione di Cristo e quello della sua venuta”.

“Egli è colui che verrà alla fine dei tempi, per portare a compimento in tutto il creato la volontà del Padre. Per questo il cristianesimo vive nell’attesa, nella costante tensione verso il compimento” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia 29).

Durante la Veglia pasquale, queste due lettere vengono incise dal sacerdote sul cero pasquale, mentre pronuncia la seguente formula: «Il Cristo ieri e oggi: Principio e Fine, Alfa e Omega. A lui appartengono il tempo e i secoli. A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen».  Gesù è il principio e la fine delle cose poiché egli è colui che dà compimento alle aspirazioni degli uomini, perché «il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni» (GS 45). Con il battesimo inizia la nostra vita di cristiani: l’«Alfa»; dobbiamo impegnarci affinché il nostro tempo sia vissuto intensamente sul piano spirituale per arrivare all’«Omega» della nostra vita terrena, degni di entrare nella vita eterna. Non è un caso, infatti, che durante il rito del battesimo e delle esequie sia presente il cero pasquale che reca incise queste due lettere. L’Alfa e l’Omega, pertanto, ci ricordano che Cristo, Signore del tempo, deve essere sempre presente nella nostra vita: dall’inizio alla fine.

 

AGNELLO

Gesù è l’Agnello di Dio che offre la sua vita per la salvezza dell’umanità e “ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro Agnello pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor 5, 7), viene celebrato sull’altare, si rinnova l’opera della nostra redenzione” (Lumen gentium 3).

Nella Pasqua ebraica, che ricorda il passaggio del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto alla Terra Promessa, viene immolato l’agnello secondo delle indicazioni precise: «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino» (Es 12, 1-4).

Gesù accettando la sua immolazione sulla croce, adempie la missione in obbedienza alla volontà di Dio e porta a compimento il rito ebraico, poiché egli è il vero agnello pasquale che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato e della morte.

Già il profeta Isaia aveva parlato di Cristo con questo appellativo, riferendosi alla sua passione: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53, 7).

Nella pienezza dei tempi, Giovanni Battista indicò ai suoi discepoli il Maestro, dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 29).

Durante la celebrazione eucaristica, in cui rinnoviamo il sacrificio di Gesù, prima della comunione diciamo questa invocazione: «Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi».

Gesù, quindi, è morto per ridarci la vita, per il suo sangue noi riviviamo (cfr. 1 Pt 1, 18-19).

Il sacrificio di Gesù deve far nascere in noi sentimenti di gratitudine, perché il Figlio di Dio, immolandosi, ci ha redenti, e pertanto «l’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (Ap 5, 12).

La figura mite dell’agnello che va al macello ci ricorda che il cristiano è chiamato a sopportare con mitezza le situazioni di prova, di martirio, accettando la volontà di Dio, come ha fatto Gesù: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42).

 

BUON PASTORE

Il buon pastore è uno dei simboli più ricorrenti nella Chiesa delle origini. Nell’Antico Testamento troviamo alcuni brani in cui questa figura si accosta a Dio, il quale «rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge» (Sir 18, 13). Nei Salmi, poi, preghiamo in questo modo: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce» (Sal 23, 1-2).

Nel Vangelo, compimento della rivelazione, Gesù si presenta come il buon pastore che offre la vita per le pecore (cfr. Gv 10, 11). Egli ha talmente a cuore le sue pecore che va in cerca di quella perduta, per riportarla all’ovile e, trovatala, pieno di gioia, se la mette sulle spalle e la riporta a casa (cfr. Lc 15, 4-6). Per lo stesso motivo, alla fine dei tempi, come giudice giusto Gesù le separerà dai capri (cfr. Mt 25, 32).

Ma l’immagine del buon pastore significa anche che il Signore ci vuole condurre, e noi dobbiamo seguirlo; egli ci guida specialmente mediante i vescovi e i sacerdoti, i pastori, cioè, coloro ai quali è affidata la Chiesa. Tutto questo lo troviamo ben espresso nella “Lumen gentium“:

Esercitando [i sacerdoti], secondo la loro parte di autorità, l’ufficio di Cristo, pastore e capo, raccolgono la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati da un solo spirito, per mezzo di Cristo nello Spirito e li portano al Padre e in mezzo al loro gregge lo adorano in spirito e verità (cfr. Gv 4, 24). Si affaticano inoltre nella predicazione e nell’insegnamento (cfr. 1 Tm 5, 17), credendo ciò che hanno letto e meditato nella legge del Signore, insegnando ciò che credono, vivendo ciò che insegnano (LG 28).

Se saremo docili ai nostri pastori, «l’Agnello sarà il nostro pastore e ci condurrà alle fonti delle acque della vita» (Ap 7, 17).

 

IHS

Questo simbolo è chiamato il monogramma (segno formato dalle iniziali di diverse parole) di Gesù e fu divulgato, in modo particolare, dal santo francescano Bernardino da Siena (1380-1444). Il simbolo rappresenta le prime tre lettere greche del nome di Gesù: IHSYS. Successivamente è stata data un’altra interpretazione, facendo riferimento alle tre iniziali delle tre parole latine: Iesus Hominum Salvator (Gesù salvatore degli uomini). In ebraico, infatti, Gesù (Jehosua) significa “Dio è salvezza”.

In più brani della Sacra Scrittura viene evidenziato questo aspetto: quando l’angelo, in sogno, si rivolge a Giuseppe (“Essa [Maria] partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” Mt 1, 21), nel contesto della predicazione di Paolo ad Antiochia davanti ai Giudei (“Dalla discendenza di lui [Davide], secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù”, At 13, 23), e a Betlemme, nell’annuncio degli angeli ai pastori (“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”, Lc 2, 10-11). Anche l’apostolo Pietro, davanti al Sinedrio che lo interroga su Gesù, dice: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12).

Già nell’Antico Testamento era presente l’attesa e il desiderio di un salvatore (Ecco ciò che il Signore fa sentire all’estremità della terra: “Dite alla figlia di Sion: Ecco arriva il tuo salvatore; ecco, ha con sé la sua mercede, la sua ricompensa è davanti a lui” Is 62, 11) e nei Salmi troviamo questa invocazione: “Ma io sono povero e infelice, vieni presto, mio Dio; tu sei mio aiuto e mio salvatore; Signore non tardare” (Sal 70, 6).

Gesù, durante la sua vita pubblica, fa segni e miracoli perché riconoscano in lui il Figlio di Dio che è venuto a redimere gli uomini. Gli abitanti di Samaria, ad esempio, credono più per la parola della Samaritana, ma perché loro stessi hanno udito e compreso che il Maestro “è veramente il salvatore del mondo” (cfr. Gv 4, 42). Gesù, quindi, sintetizza e porta a compimento tutte le attese di salvezza del popolo di Dio, che si sono manifestate lungo il corso della storia; egli è la parola d’amore di Dio per l’umanità.

Dio, il quale “vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2, 4), “dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti” (Eb 1, 1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti, medico di carne e di spirito, mediatore tra Dio e gli uomini (SC 5).

 

X P 

Questo simbolo è formato da due lettere greche sovrapposte: la X (chi) e la P (rho), e due lettere iniziali del nome “Cristo” in greco. Cristo vuol dire “unto” e traduce il termine ebraico “Messia”.

Due episodi evangelici ci aiutano a comprendere meglio questa realtà: l’avvio del ministero apostolico di Gesù e la professione di fede di Pietro.

Gesù, all’inizio della sua vita pubblica, leggendo le Scritture nella sinagoga di Nazaret, applica a sé un brano del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore» (Is 61, 1-2; cfr. Lc 4, 18-19). Pietro, alla domanda chi fosse Gesù, rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16).

Questo simbolo, allora, rappresenta la missione di Gesù, l’«Unto» per eccellenza, consacrato e inviato per la salvezza degli uomini, come ci ricorda san Pietro: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 37-38).

La Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; ne è dato in terra un altro nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati (Gaudium et spes 10).

Nell’Antico Testamento, l’unzione era riservata ai re e ai sacerdoti, cioè a coloro che avevano una particolare missione da compiere nella società. Mediante il sacramento del battesimo, invece, non è più così:

Lo Spirito Santo, che mediante il seme della parola e la predicazione del Vangelo chiama tutti gli uomini a Cristo e suscita nei loro cuori l’adesione alla fede, allorché rigenera a nuova vita in seno al fonte battesimale i credenti in Cristo, li raccoglie nell’unico popolo di Dio, che è «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione sacra, popolo di redenti», 1 Pt 2, 9 (Ad gentes 15).

In particolari momenti della sua vita Gesù si manifesta come il “Cristo” (sono le cosiddette “cristofanie”): nel battesimo (cfr. Mt 3 ,13-17) e nella trasfigurazione sul monte (cfr. Mc 9. 2-8).

 

I.N.R.I.

Sono le iniziali dell’iscrizione latina posta sulla croce di Gesù: Jesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù il Nazareno, re dei Giudei). L’iscrizione fu voluta da Pilato e venne scritta anche in ebraico e greco (cfr. Gv 19, 19). La croce è, in un certo modo, il «trono» di Gesù, poiché è sopra di questa che Gesù esercita la sua funzione regale di salvare l’umanità. Il regno di Gesù non è terreno, ma spirituale; non ha lo scopo di proteggere i beni terreni, ma di salvare le anime: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18, 36).

Nei Salmi, a proposito del regno di Dio, troviamo le seguenti affermazioni: «Il suo regno durerà quanto il sole, quanto la luna per tutti i secoli» (Sal 72, 5); «Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono e il suo regno abbraccia l’universo» (Sal 103, 19).

La condizione spirituale per entrare nel Regno è la povertà di spirito, cioè l’umiltà e la mansuetudine (cfr. Mt 5, 3), perché il Regno non si afferma in modo eclatante, ma in modo silenzioso e umile, come spiega Gesù: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è il più grande degli altri legumi e diventa un albero» (Mt 13, 31-32); «In verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5).

San Paolo ricorda che «il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini» (Rm 14, 17-18). La Chiesa, attraverso la predicazione e le opere, si impegna perché tutti gli uomini possano accogliere il regno di Dio.

Questo è il fine della Chiesa: con la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo. Tutta l’attività del corpo mistico ordinata a questo fine di chiama «apostolato»; la Chiesa lo esercita mediante tutti i suoi membri, naturalmente in modi diversi; la vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato (Apostolicam actuositatem 2).

 

GERMOGLIO

Questo simbolo, in genere, viene raffigurato con un germoglio che spunta da un tronco. Esso ci ricorda la profezia di Isaia a riguardo del Messia: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici».

Gesù è vero Dio e vero uomo; sul piano giuridico umano, da parte del padre Giuseppe, è inserito nella dinastia di Davide, figlio di Iesse. La realtà dell’incarnazione è descritta in modo particolare in due brani del Nuovo Testamento. Nel prologo del Vangelo di Giovanni, leggiamo: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). San Paolo ci ricorda: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2, 6-7).

Gesù si incarna pienamente nell’umanità. Nella sua dinastia non tutti sono stati degli «stinchi di santo»; questo evidenzia che egli ha assunto in pienezza la natura umana, con tutti i suoi limiti, per redimerla totalmente. Egli è l’Emmanuele: il Dio con noi.

Gesù è «l’immagine dell’invisibile Dio» (Col 1, 15), è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme agli inizi a causa del peccato dei progenitori. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, anche in noi essa è stata innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato (Gaudium et spes 22).

Gesù ci insegna a vivere in pienezza la nostra umanità, amando la nostra storia, le nostre origini, dando valore a ogni piccolo gesto e singola situazione.

 

DELFINO

I primi cristiani disegnavano il delfino come simbolo di Gesù, guida e salvatore delle anime. Sul delfino, infatti, fin dall’antichità, vi erano numerose leggende che narravano le imprese di questo simpatico mammifero come amico e soccorritore dell’uomo. L’accostamento a Gesù è stato facile, perché egli è il salvatore e la luce che guida alla vita eterna («Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita», Gv 8, 12) e i primi discepoli, stando a contatto con Gesù, testimoniano così: «E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1 Gv 4, 14).

Il compito di Gesù è di salvarci dal peccato, e in questo ci aiuta tramite i sacramenti. A noi chiede soltanto la disponibilità alla sua azione, lasciandoci raggiungere dal suo infinito amore misericordioso («Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto», Lc 19, 9-10), alla continua ricerca dei malati, non dei sani; dei peccatori, non dei giusti (cfr. Mt 9, 12-13). Dobbiamo confidare nell’aiuto di Dio, senza scoraggiarci nel momento della prova, poiché Dio non ci abbandona, anzi, dobbiamo essere attenti ai segni della sua presenza, perché, mediante la sua grazia, egli sa esaudirci e soccorrerci al momento opportuno (cfr. 2 Cor 6, 1-2).

La preghiera dei Salmi racchiude questo concetto di Dio come guida e salvatore: «Buono e retto è il Signore, la via giusta addita ai peccatori; guida gli umili secondo giustizia, insegna ai poveri le sue vie» (Sal 25, 8-9); «Il Signore è la forza del suo popolo, rifugio di salvezza del suo consacrato. Salva il tuo popolo e la tua eredità; benedici, guidali e sostienili per sempre» (Sal 28, 8-9); «Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore» (Sal 43, 3).

Gesù è la parola di salvezza di Dio sull’umanità, perché porta a compimento il disegno salvifico del Padre, incominciato nell’Antico Testamento.

Dopo aver, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2). Mandò infatti a suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1, 1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini», «parla le parole di Dio» (Gv 3, 3) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5, 36; 17, 4) (Dei Verbum 4).

L’ascolto attivo e costante della parola di Dio è luce e guida per i nostri passi, perché ci svela il progetto d’amore del Padre.

 

FENICE

Secondo la leggenda, la fenice, unico esemplare di un meraviglioso uccello originario dell’Arabia, rinasceva ogni cinquecento anni dalle sue stesse ceneri. Per questo motivo, per i primi cristiani, la fenice è diventata il simbolo della risurrezione. «Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo» (Gv 2, 19-22).

La risurrezione di Gesù è un fatto storico, testimoniato dai discepoli che hanno visto le apparizioni di Gesù avvenute dopo la risurrezione: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato» (Gv 20, 19-20). Nel Credo professiamo la fede nella risurrezione della carne, che avverrà alla fine dei tempi nel momento della «parusìa», cioè la venuta finale di Gesù, quando il nostro corpo risorgerà incorruttibile, trasfigurato, glorioso, secondo l’asserzione fatta da Gesù: «Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 40).

Gesù ha vinto la morte e il peccato; egli ci ha aperto le porte del paradiso, donandoci un futuro di speranza e di pienezza. Ci assicura che, se crediamo in lui, non periremo in eterno (cfr. Gv 11, 25-26). Il mistero della risurrezione di Gesù è al centro della nostra fede, ne è l’annuncio primario e fondamentale. Per questo san Paolo dice: «Se Cristo non è risuscitato, allora e vana la nostra predicazione e la vostra fede» (1 Cor 15, 14). Come cristiani dobbiamo testimoniare la risurrezione di Gesù, con la nostra vita di fede, di speranza e di carità, poiché

… il Figlio di Dio, unendo a sé la natura umana e vincendo la morte con la sua morte e risurrezione, ha redento l’uomo e l’ha trasformato in una nuova creatura (cfr. Gal 6, 15; 2 Cor 5, 17). Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, che raccoglie da tutte le genti (Lumen gentium 7).

La fede nella risurrezione ci fa sentire in pellegrinaggio verso la Casa del Padre; ci apre alla gratuità e ci rende staccati dalle cose materiali sull’esempio della Chiesa delle origini: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia» (At 4, 32-33).

 

UVA E SPIGHE

Dall’uva e dalle spighe di grano si ricavano il vino e il pane, bevanda e cibo essenziali per la sopravvivenza degli uomini; questi, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, sono stati scelti da Gesù per istituire il sacramento dell’eucaristia.

Un pegno di questa speranza [di una vita futura] e un alimento per il cammino il Signore lo ha lasciato ai suoi in quel momento della fede nel quale degli elementi naturali coltivati dall’uomo vengono trasmutati nel corpo e nel sangue glorioso di lui, in un banchetto di comunione fraterna che è pregustazione del convito del cielo (Gaudium et spes 39).

Durante l’ultima cena, Gesù ha preso del pane e del vino e li ha dati ai suoi discepoli come suo corpo e suo sangue e ha voluto che essi ripetessero questo gesto in suo nome: «Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti”» (Mc 14, 22-24). Nella celebrazione eucaristica, quando il sacerdote consacra il pane e il vino, ripetendo le parole di Gesù, avviene il più grande miracolo che si compie sulla terra: la transustanziazione, cioè il cambiamento di sostanza del pane e del vino in corpo e sangue di Gesù.

Il segno del pane e del vino diventa anche un preciso ed esigente modello di vita. In quel segno Gesù offre a noi tutta la sua vita di Figlio di Dio fatto uomo, la sua esistenza data per amore. L’eucaristia mette in moto un dinamismo di condivisione e di servizio. Attraverso di essa il credente è spinto a donarsi ai fratelli, a diventare egli stesso eucaristia, prolungamento del dono di Gesù nelle mille situazioni della vita e di fronte agli innumerevoli volti del prossimo (“Frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Mondo rurale che cambia e Chiesa in Italia 33).

Con la preghiera del “Padre nostro”, Gesù ci ha insegnato a chiedere il pane materiale e spirituale: «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano» (Lc 11, 3). Dio, nell’Antico Testamento, ha inviato la manna per sostenere il popolo d’Israele: «Fece piovere su di essi la manna per cibo e diede loro pane del cielo: l’uomo mangiò il pane degli angeli, diede loro cibo in abbondanza» (Sal 78, 24-25); ora, nel Nuovo Testamento, Dio invia Gesù, pane di vita eterna: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6, 32-33). I discepoli di Emmaus riconoscono Gesù risorto mentre spezza il pane: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24, 30-31).

Alla richiesta dei discepoli di Emmaus che egli rimanesse «con» loro, Gesù rispose con un dono molto più grande: mediante il sacramento dell’eucaristia trovò il modo di rimanere «in» loro. Ricevere l’eucaristia è entrare in comunione profonda con Gesù (Mane nobiscum Domine 19).

Pertanto l’eucaristia, pane di vita eterna, è al centro della vita ecclesiale, perché ad essa convergono gli altri sacramenti, e da essa scaturiscono tutte le attività apostoliche e caritative. È il sacramento che fonda e incrementa l’unità e la comunione nella Chiesa: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo» (1 Cor 10, 17).

Benedetto XVI, nell’esortazione apostolica dedicata all’eucaristia, ci ricorda:

Nell’eucaristia si rivela il disegno di amore che guida tutta la storia della salvezza (cfr. Ef 1, 10; 3, 8-11). In essa il Deus Trinitas, che in sé stesso è amore (cfr. 1 Gv 4, 7-8), si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana. Nel pane e nel vino, sotto le cui apparenze Cristo si dona a noi nella cena pasquale (cfr. Lc 22, 14-20; 1 Cor 11, 23-26), è l’intera vita divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento. Dio è comunione perfetta di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (Sacramentum caritatis 8)

 

PANE E PESCI

Questo simbolo trae origine dal brano del Vangelo dove si narra il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, quando Gesù sazia la fame della folla: «Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pani e anche di pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini» (Mc 6, 41-44).

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci è simbolo del banchetto eucaristico. Gesù ha detto: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6, 27); e il cibo che non perisce è Gesù, perché egli è il pane della vita, che sazia la fame dell’umanità: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6, 35).

L’eucaristia è il mistero più grande che viene celebrato dalla Chiesa, è il sacramento più importante. L’eucaristia viene celebrata all’interno della messa, chiamata propriamente «Cena del Signore», perché è un banchetto, e i fedeli sono gli invitati; cibandosi del corpo di Gesù, essi fanno comunione piena con lui. In qualità di banchetto, poi, la messa deve essere celebrata in un clima di gioia e di festa.

Nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua, lui il pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme a lui loro stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create (Presbyterorum ordinis 5).

 

PELLICANO

Sul pellicano, anticamente, circolavano alcuni racconti originali, che ne mettevano in luce alcune caratteristiche particolari. Uno di questi narrava che, quando non riusciva a trovare il cibo per i suoi piccoli, il pellicano si squarciava il petto per far fuoriuscire il suo sangue come alimento. I primi cristiani, da subito, in questa immagine hanno colto un’espressione dell’amore materno di Dio che è diventato ben visibile in Gesù Cristo, il quale ha dato la sua vita e il suo sangue per tutti noi. Sull’esempio del suo Maestro

… il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo. Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3, 16; Gv 15, 13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori (Lumen gentium 42).

Isaia profetizzò riguardo a Gesù, presentandolo come colui che dona la sua vita, lasciandosi umiliare e senza aprire la sua bocca (cfr. Is 53, 7). L’eucaristia è il sacramento dell’amore di Dio perché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13); e mangiare il corpo di Gesù significa partecipare a questo amore che si concretizza nel dono della vita eterna: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54). Al tempo stesso, l’amore che si dona è servizio ai fratelli, in particolare a coloro che hanno più bisogno:

Nell’eucaristia il nostro Dio ha manifestato la forma estrema dell’amore, rovesciando tutti i criteri di dominio che reggono troppo spesso i rapporti umani e affermando in modo radicale il criterio del servizio: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mane nobiscum Domine 28).

Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, dedicata all’amore cristiano, scrive:

Nel culto stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in sé stessa frammentata (Deus caritas est 14).

 

IC XC NIKA

Questo simbolo è formato dalle iniziali e finali in greco di: Gesù (IC) Cristo (XC) vince (NIKA). Gesù, infatti, con la sua morte e risurrezione ha vinto la morte e il peccato, come ben ci ricorda Paolo in due brani delle sue lettere: «La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!» (1 Cor 15, 54-57); «Il salvatore nostro Gesù Cristo ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo» (2 Tm 1, 10).

Gesù, quindi, per amore nostro ha vinto il male e ci ha costituiti figli di Dio, rendendoci partecipi della vita di grazia, che troverà il suo compimento in paradiso. Per ringraziare Gesù di tutto questo, dobbiamo rispondere con il nostro impegno cristiano, testimoniando con la nostra vita che il bene vince sempre il male, perché è più grande. Dobbiamo, poi, difendere il dono della vita contro l’attuale cultura di morte che domina nella nostra società.

Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre (cfr. Fil 2, 8-9), è entrato nella gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre sé stesso e tutte le creature, affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15, 27-28). Questa potestà egli l’ha comunicata ai discepoli, perché anch’essi siano costituiti nella libertà regale e con l’abnegazione di sé e la vita santa vincano in sé stessi il regno del peccato (cfr. Rm 6, 12) (Lumen gentium 36).

Gesù, attraverso il dono della fede e dei sacramenti, ci aiuta a sconfiggere il male e a essere dei testimoni del suo amore, perché «tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo» (1 Gv 5, 4).

 

COLOMBA

La colomba è il simbolo che generalmente viene usato per indicare lo Spirito Santo e trae origine dal racconto del battesimo di Gesù: «Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui» (Mt 3, 16). La Sacra Scrittura presenta lo Spirito Santo come Spirito creatore: «Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gen 1, 2); «Se tu mandi il tuo Spirito tutte le cose sono create e rinnovi la faccia della terra» (Sal 104).

Per opera dello Spirito Santo, il Figlio di Dio si incarna nel seno della Vergine Maria, promessa sposa di Giuseppe (cfr. Mt 1, 18).

Lo Spirito Santo muove l’uomo all’azione e infonde forza e coraggio per la testimonianza e l’annuncio. Nella Bibbia troviamo tanti esempi. Gli apostoli, spaventati e chiusi nel cenacolo, dopo che hanno ricevuto lo Spirito Santo, si recano, senza più esitazioni e paure, a predicare il Vangelo (cfr. At 2, 3-8); Zaccaria, alla nascita di Giovanni Battista, ricomincia a parlare e profetizza dicendo: «Benedetto il Signore Dio d’Israele…» (cfr. Lc 1 ,68); Simeone si reca al tempio alla presentazione del Signore (cfr. Lc 2, 27); Pietro davanti al Sinedrio si rivolge ai capi e agli anziani del popolo (cfr. At 4, 8). San Paolo, agli abitanti di Corinto, testimonia apertamente i suoi timori e la conseguente opera dello Spirito in lui: «Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1 Cor 2, 3-4); e ai Tessalonicesi dice: «Il nostro Vangelo, infatti, non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e Spirito Santo e von profonda convinzione» (1 Ts 1, 5).

Lo Spirito Santo insegna a pregare, venendo in aiuto alla nostra debolezza, perché noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, intercedendo «con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8, 26); mantiene viva la nostra vita spirituale, mettendoci sulle labbra ciò che dobbiamo dire a Dio:

Il soffio della vita divina, lo Spirito Santo, nella sua maniera più semplice e comune, si esprime e si fa sentire nella preghiera. È bello e salutare pensare che, dovunque si prega nel mondo, ivi è lo Spirito Santo, soffio vitale della preghiera (Dominum et vivificantem 65).

Lo Spirito Santo infonde i suoi doni, che aiutano il cammino di fede dei cristiani: «Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11, 2); rende visibile nell’esistenza quotidiana il suo frutto: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).

Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: «A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1 Cor 12, 7) (Lumen gentium 12).

Lo Spirito Santo è fonte di unità: «Cercate nel libro del Signore e leggete: nessuno di essi vi manca, poiché la bocca del Signore lo ha comandato e il suo spirito li raduna» (Is 34, 16); guida i passi degli uomini: «Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana» (Sal 143, 10). Gesù infatti, dopo la sua ascensione al cielo, invia lo Spirito Santo Consolatore affinché conduca l’umanità nel cammino della storia, rimanga con gli apostoli per sempre e li guidi alla verità tutta intera (cfr. Gv 14, 15-17; 16, 13).

La colomba è anche il simbolo della pace e della riconciliazione; e per indicare questo messaggio viene rappresentata con un ramoscello di ulivo nel becco. Questa immagine trae origine dal libro della Genesi, dove si narra che la colomba, dopo il diluvio, ritornò nell’arca di Noè con un ramo di ulivo, segno dell’avvenuta riconciliazione tra Dio e l’umanità (cfr. Gen 8, 11). Questo particolare simbolismo, poi, si collega allo Spirito Santo, perché lo Spirito è portatore di pace e di unità tra gli uomini.

Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell’amore del Padre, che vuole fare dell’umanità, nel suo Figlio, un’unica famiglia (Deus caritas est 19).

 

AVE MARIA

Il culto alla Vergine Maria era già diffuso nei primi secoli della Chiesa; ne è prova il graffito, in caratteri greci, con l’iscrizione Xe Maria (Kaire Maria) cioè Ave, o Maria, scoperto a Nazaret sul luogo che la tradizione cristiana venera come la casa della Madonna. Queste due parole sono diventate il simbolo di Maria. Nelle chiese, specialmente nelle cappelle dedicate alla Madre di Gesù, si trova la scritta Ave Maria o semplicemente le iniziali, cioè le lettere A e M sovrapposte una all’altra. Questo simbolo trae origine dal saluto dell’angelo Gabriele a Maria: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1, 28).

La tradizione della Chiesa, partendo da questo brano, ha redatto la preghiera più conosciuta rivolta a Maria: l’Ave Maria. La preghiera, come la conosciamo oggi, risale al secolo XVI, ed è costituita da due parti: il saluto dell’angelo Gabriele e di Elisabetta; la supplica della Chiesa. Sicuramente, nei secoli precedenti, la preghiera dell’Ave Maria era costituita soltanto dalla prima parte tratta dal Vangelo, che contempla il mistero che si è realizzato nella Vergine di Nazaret. Era un modo per tenere viva presso i cristiani la devozione a Maria, ricordando la sua particolare vocazione.

Il saluto dell’angelo, infatti, ci ricorda che Maria è stata prescelta da Dio per diventare la Madre di Gesù, cioè la Madre di Dio; mette quindi in evidenza il suo importante ruolo nella storia della salvezza: Maria è la piena di grazia, cioè senza macchia di peccato, l’unica creatura umana ad avere avuto questo speciale privilegio, per poter accogliere nel suo grembo il Figlio di Dio.

La supplica della Chiesa ci ricorda che Maria, proprio perché Madre di Dio, è anche Madre nostra, cioè Madre della Chiesa: sempre pronta a intercedere presso il suo Figlio.

Maria, perché Madre santissima di Dio presente ai misteri di Cristo, per grazia di Dio esaltata, al di sotto del Figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. E di fatto, già fino dai tempi più antichi, la Beata Vergine è venerata col titolo di «Madre di Dio» e i fedeli si rifugiano sotto la sua protezione, implorandola in tutti i loro pericoli e le loro necessità (Lumen gentium 66).

La preghiera più antica alla Vergine che conosciamo fu scoperta su un papiro risalente al 250 circa; è il “Sub tuum praesidium” che conferma come, già agli inizi della Chiesa, i cristiani trovassero un rifugio in tutte le loro difficoltà nelle braccia di Maria. La preghiera recita così:

Sotto la tua protezione troviamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

 

PAVONE

I primi cristiani disegnavano il pavone come simbolo dell’immortalità dell’anima. Il primitivo significato simbolico proveniva dalla cultura classica; per i pitagorici, infatti, il pavone indicava il cielo stellato, una sorta di immagine dell’immortalità.

I cristiani hanno modificato e adattato questo significato: il pavone, con la sua ruota variopinta che richiamava il cielo stellato, era diventato il simbolo della vita eterna. Gesù ci ricorda che per avere la vita eterna occorre credere in lui: «In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato. ha la vita eterna» (Gv 5, 24), e avere una feconda vita spirituale, accostandoci ai sacramenti, in particolare all’eucaristia: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54).

Dopo queste promesse di vita eterna che ci vengono fatte da Gesù, non dobbiamo fare altro che vivere in modo coerente la nostra vocazione di cristiani all’interno della Chiesa, perché

… la Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria celeste, quando verrà il tempo in cui tutte le cose saranno rinnovate (cfr. Ap 3, 21), e col genere umano anche tutto l’universo, il quale è intimamente congiunto con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, troverà nel Cristo la sua definitiva perfezione (cfr. Ef 1, 10; Col 1, 20; 2 Pt 3, 10-13) (Lumen gentium 48).

Per dare risposta al desiderio di immortalità che avvertiamo dentro di noi, dobbiamo rivolgerci a Gesù come ha fatto l’apostolo Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69). L’apostolo Paolo ricorda, alle comunità cristiane alle quali scrive, l’atteggiamento e il comportamento del cristiano per entrare nella vita eterna: «Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna» (Rm 6, 22); «Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà la vita eterna» (Gal 6, 8).

In più occasioni abbiamo professato e continuiamo a professare pubblicamente la nostra fede nella vita eterna: durante la celebrazione dei sacramenti del battesimo, della cresima e dell’ordine; durante la celebrazione della Veglia pasquale, nella quale siamo invitati a rinnovare le promesse battesimali; nella professione del “Credo” durante la messa.

Questo impegno pubblico richiede da parte nostra la corrispondenza delle nostre azioni, come ricorda san Paolo a Timoteo: «Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni» (1 Tm 6, 12).

 

PESCE

Il simbolo del pesce è stato, agli inizi della Chiesa, una sorta di segno di riconoscimento per i cristiani, perché la parola greca «pesce» è un acrostico; cioè una parola composta dalle iniziali di altre parole. In greco, infatti, pesce si scrive: ICHTHYS, e sono le iniziali della professione di fede: Iesous CHristos, THeou Yios Soter (Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore). Gesù chiede a noi di manifestare la nostra professione di fede come ha chiesto a Maria, la sorella di Lazzaro, e a Pietro: «”Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche e muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Maria gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”» (Gv 11, 25); «Gesù disse [ai suoi discepoli]: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”» (Mt 16, 15-16).

La professione di fede richiede la coerenza della vita; le nostre opere devono mettere in luce ciò in cui noi crediamo: «Questa parola è degna di fede e perciò voglio che tu insista in queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone» (Tt 3, 8). Nel cammino della vita non dobbiamo farci sviare dal nostro itinerario di fede; le tentazioni non mancano, ma dobbiamo essere saldi in Gesù «poiché abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli» (Eb 4, 14). San Paolo ricorda che la fede in Gesù è condizione per essere salvati: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza» (Rm 10, 9-10).

Il pesce, che vive necessariamente nell’acqua, è divenuto molto presto anche il simbolo del battezzato, poiché il segno del battesimo è l’acqua, segno della vita nuova in Dio: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5); «Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui [Gesù] nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6, 4); «Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5, 17).

E’ compito di tutti manifestare e testimoniare la fede in Gesù, affinché altri possano essere raggiunti dall’annuncio del Vangelo.

Molte sono le occasioni che si presentano ai laici per esercitare l’apostolato dell’evangelizzazione e della santificazione. La stessa testimonianza della vita cristiana e le opere buone compiute con spirito soprannaturale hanno la forza di attirare gli uomini alla fede e a Dio; il Signore dice infatti: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini in modo che vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 16) (Apostolicam actuositatem).

 

(continua…)

di: Remo Lupi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post comment